Che fine fanno le narrazioni e i discorsi scomodi? Restano nel salotto, tra amici

Il tema di Epic 2021 (https://2021.epicpeople.org/), organizzazione internazionale di antropologi che apportano idee, metodi e strumenti da applicare allo studio delle organizzazioni, dei mercati e in generale della società, verte su una considerazione importante: non ci sono fatti futuri. Nonostante tale rammarico, gli autori segnalano in questa fase storica un paradosso che sembra però trasformarsi sempre più in una abitudine esistenziale globalmente condivisa. Affermano infatti gli organizzatori della conferenza come gli esseri umani abbiano sempre immaginato e creato potenziali scenari futuri attraverso l’arte, l’immaginazione, la ricerca, la narrazione, la pianificazione di modelli economici, il design e così via. Pertanto, il tema proposto quest’anno da Epic sembra essere non solo un contesto di riflessione e scambio di informazioni di ricerca, ma una vera e propria richiesta antropologica. Chiedono infatti gli autori rivolgendosi soprattutto agli antropologi:

«Our daily practices of research, design, and strategy create landscapes of possibility. How do we open new paths—and obscure others—as we work to understand people, interpret wants and needs, propel change, navigate risk, assign cause, and assess consequence?» (https://2021.epicpeople.org/theme/).

Sostenendo, gli organizzatori della conferenza, come il lavoro antropologico possa essere definito un approccio metodologico e conoscitivo lungimirante, sottolineano l’urgenza di un massiccio coinvolgimento degli scienziati sociali nella creazione di un futuro umanamente esperibile. Se gli strategists allineano i prodotti e le organizzazioni agli sviluppi del mercato, alle tendenze sociali e politiche, alle tecnologie emergenti e alle preferenze dei consumatori e i designers costruiscono prototipi, servizi ed esperienze, gli antropologi esplorano ed esaminano le realtà vissute intrise di valori con l’obiettivo di dare forma alle alternative future. Perciò chiedono esplicitamente gli organizzatori del convegno: «How might we remake practices of anticipation, intentionally creating diverse kinds of potential instead of simply “following trends”?» (https://2021.epicpeople.org/theme/).

Rispondere a questa domanda non è assolutamente semplice in quanto ritengo fondamentale la messa in discussione di molti punti fermi, ormai così radicati anche nella disciplina antropologica, per creare strade non ancora battute (Tsing, 2005). Tra le poche discussioni, vi è la riflessione di Francesco Faeta (2020) il quale si sofferma sull’effimero ruolo dell’intellettuale preoccupato di proteggersi dietro i discorsi e i pensieri organizzati gerarchicamente e quindi ritenuti legittimi da esporre pubblicamente per non correre alcun rischio reputazionale. In particolare, l’antropologo si sofferma su alcuni elementi che ritengo, a tal proposito, essenziali.

Non è certamente la prima volta in cui la storia dell’Occidente ha messo in dubbio la funzionalità del sistema di conoscenze della modernità. Uno degli ultimi episodi noti, spettacolarizzati e pubblicizzati, è sicuramente l’11 settembre 2001, data che aveva segnato un confine marcatamente simbolico tra un prima e un dopo in seguito al quale il mondo occidentale non veniva più presentato, e quindi percepito, come lo stesso. Attualmente questo confine simbolico è stato ribadito, anche se con forme diverse, dal “fenomeno Covid”, qui inteso non tanto come problema medico, quanto piuttosto come categoria cognitiva-culturale che comprende le manifestazioni di disastro, gli eventi che hanno impattato e che impattano sulla società, le misure attuate per gestirlo, il sistema di conoscenze mobilitate per comprenderlo e i procedimenti per tentare di risolverlo. Nonostante gli argomenti teorici e pratici di urgente rilievo che tale fenomeno pone dal punto di vista socioculturale, gli antropologi, e in generale gli scienziati sociali, se ne occupano in maniera ancora troppo marginale: per disinteressamento oppure per incapacità e lacune conoscitive che non consentono di mettere in discussione categorie gnoseologiche radicate, anche se superate o errate. Inoltre, c’è il problema che moltissimi intellettuali si pongono riguardo la categorizzazione delle loro riflessioni all’interno di rigide prassi discorsive. Muovendo dalle parole di Faeta, è inevitabile quindi porsi delle domande cruciali a cui sarebbe necessario dare una risposta. L’autore scrive infatti:

«Naturalmente, le poetiche del ri-inizio sono mosse da grandi ragioni finanziarie, industriali e commerciali; nessuna evidenza scientifica consiglierebbe ri-inizi in un mondo che vede ancora centinaia di migliaia di contagiati al giorno e decine di migliaia di morti. Un mondo che sperimenta il disordine, la follia e l’incapacità dei governanti, l’egoismo spiccio e la strafottenza di tanti, il totale disprezzo per la vita umana, la crescita esponenziale e nevrotica della violenza, viepiù efferata e incontrollata. Le poetiche della rinascita, dunque, sono plasmate da capitalisti e finanzieri e coinvolgono, in primo luogo, i grandi commercianti e gli affaristi, gli operatori del turismo globale e gli immarcescibili gestori di discoteche, senza che esse abbiano reale rispondenza nella condizione esistenziale delle genti e dei Paesi. E anche gli umili, quelli che non avrebbero nessuna motivazione economica immediata, speranzosi, si accodano, come se ricominciare fosse un loro effettivo interesse e bisogno, e non un’imperiosa esigenza del sistema e dei suoi ideatori (è l’eterno principio dei lazzari, in nome dei quali si parla e che si sentono coinvolti in prima persona nel sostenere l’interesse dei potenti)» (Faeta, 2020).

Davanti a questa verità che posizione assumono gli intellettuali di oggi? E gli antropologi, in particolare, che strade suggeriscono per fare fronte ai problemi sociali, economici, politici ed esistenziali? Faeta sottolinea la forza materialmente sollevatrice della cultura riproponendo una distinzione tanto assodata, quanto forse oggi poco ricordata. Lo studioso si sofferma sulla distruzione della cultura intesa come forma di erudizione che, si sa, ha prodotto nella storia risultati stupefacenti dal punto di vista artistico ed intellettuale. Ciononostante, il sapere erudito nella nostra società è stato sottoposto a pressioni crescenti negli ultimi anni, tanto da essere stato attualmente soggiogato da forme di potere che imprigionano la produzione del sapere all’interno di piani miranti a fare quadrare i profitti. In questo modo: «La cultura non parla più del mondo come dovrebbe essere (in difetto di memoria non parla neppure del mondo com’era), parla del mondo com’è» (Faeta, 2020). L’erudizione diventa quindi una forma di corporate reputation di classi politiche ed economiche che detengono il potere manipolando il pensiero intellettuale. In tal maniera però, è il caso di precisarlo, vengono prodotti discorsi inutili dal punto di vista della comprensione del mondo, ma utili per chi decide come organizzare le gerarchie in cui incapsulare i discorsi intellettuali. Pertanto, tramite una selezione naturale di stile darwiniano, una delle conseguenze di tale strutturazione è l’eliminazione di chi non si riconosce e non condivide le dinamiche di questa logica di potere e, al contrario, l’assunzione come suddito di chi invece ne vuole fare parte come complice. Quest’ultimo può quindi essere ufficialmente considerato, dai vertici, degno di sopravvivere:

«i luoghi dove la cultura significa essenzialmente elevati profitti per pochi, mostrano di condividere fraternamente il destino con il piccolo libraio di San Lorenzo a Roma, che vive soprattutto dei bicchieri di vino che vende ai suoi clienti» (Faeta, 2020).
intellettuali-994966

Se questi sono i problemi della riduzione a mero profitto della cultura erudita, tali questioni hanno ricadute drammatiche anche nella cultura in senso antropologico. Se le “poetiche della rinascita”, che inglobano anche i prodotti intellettuali, sono plasmate da capitalisti e finanzieri, è chiaro come tale logica sia il nuovo modello e la nuova narrativa per spiegare la vita di oggi. In tal modo, sottolinea Francesco Faeta, questo repertorio di rinascita finanziariamente connotato riesce a calarsi pure negli strati della società che non avrebbero nessuna motivazione economica immediata per accoglierlo, ma che speranzosi si accodano come se pure per essi ci fosse una seppur minima speranza. Uno degli scopi di questa logica è certamente la rimozione del fastidio, del risentimento, della rabbia, del rifiuto, della critica. A sua volta quindi, una delle ricadute più visibili a livello di comportamenti sociali, è un uso dei prodotti culturali anch’esso effimero.

La cultura risulta pertanto essere una gratificazione momentanea, di facciata e quindi priva di senso catartico utilizzata solo per «riempire le giornate, nelle pause del lavoro o di altre attività ludiche; qualcosa che è tangente i propri gusti, le proprie inclinazioni, le proprie aspettative di ascesa» (Faeta 2020). Il politically correct, deciso dalle alte gerarchie del potere, vuole in questo modo omogeneizzare comportamenti apparentemente eruditi. La cultura diventa così una moda, al pari dell’IPhone. Sottolinea infatti Faeta:

«La comunicazione, la condivisione intellettuale del proprio pensiero, è inibita se ci si scosta dal vertice [e dalla] gerarchia delle agenzie produttrici della cultura. Chiunque sia ammesso oggi a parlare, lo è in nome di una di tali agenzie, che rappresenta, a prescindere dalla legittimità che essa può avere nella produzione di quel particolare discorso. Grandi concentrazioni mass-mediatiche, agenzie d’informazione e testate giornalistiche, fondazioni e istituzioni private, emanazione più o meno diretta di potentati economico-finanziari, istituzioni accademiche; esse autorizzano il discorso, ne garantiscono la legittimità. E, conseguentemente, nessuna voce libera può più alzarsi; ogni voce parla con il timbro dell’agenzia che la legittima. Ciò che un tempo poteva contribuire ad accreditare democraticamente il discorso, dimostrando che non si parlava a mero titolo personale, ma su delega di ampie istanze collettive, si è trasformato in un feroce filtro élitario» (Faeta 2020).

Non può questa logica che secernere discorsi vuoti e pertanto perpetuazione di ignoranza, proveniente proprio dai luoghi in cui, invece, ci si aspetta venga prodotto un sapere innovativo e catartico il quale può prendere invece solo forma nel proprio salotto e nei discorsi privati tra amici. Tale aspetto non è certamente nuovo e non riguarda, come ben si sa, meramente i nostri anni. Attraverso comportamenti e valori storico-culturali più o meno esplicitamente marcati, gli intellettuali scomodi sono sempre stati messi a tacere. Basti ricordare i Bücherverbrennungen del 1933 organizzati dalle autorità della Germania nazista. Tra i libri bruciati vi era, com’è noto, anche Kultur und rasse (ossia “L’uomo primitivo”) di Franz Boas (1995; orig. 1911) il quale, lungi dall’essere umiliato, si sentì, come commentò più volte nel corso della sua vita, onorato che tra i libri banditi dal nazismo ci fosse anche il suo.

L’opera di Boas era infatti di importanza seminale per l’evoluzione dell’antropologia e per la nascita dell’etnologia intesa come autonomo nucleo di interesse scientifico. Inoltre l’antropologo sosteneva in questo suo lavoro l’esistenza di una miriade di culture diverse tra loro quale esiti del diverso modo di vivere delle popolazioni di diversa provenienza. Sosteneva Franz Boas come per ciascuna delle culture esistenti inciderebbero gli aspetti geografici relativi alla posizione e alla morfologia dei luoghi abitati dalla popolazione presa in esame ma anche la particolare evoluzione storica della stessa oggetto dell’incontro etnografico.

Il pericolo intrinseco dell’opera di Boas era pertanto, per la politica nazista, la messa in luce di percorsi di conoscenza della storia di una popolazione, processi che cozzavano, come anni più tardi affermò Paul Farmer (2003d), con la messa in pratica dei meccanismi sociali dell’oppressione basati soprattutto sulla cancellazione e sulla manipolazione della memoria storica e su varie forme di desocializzazione. Boas non è certamente l’unico.

In Italia Ernesto de Martino è stato più volte demonizzato dagli intellettuali a lui contemporanei. Se, come ha sostenuto Amalia Signorelli (2015), le affermazioni di de Martino scuotevano come in una sorta di epifania rivelando possibilità della conoscenza della vita ignote, contemporaneamente la concezione demartiniana, impregnata di quell’impegno politico (nel 1950 egli aderiva al Partito Comunista Italiano il cui rapporto lo condusse nell’esplorazione diretta del mondo culturale dei contadini lucani) che avrebbe impresso un marchio originale sulla personalità dello studioso, era poco sostenuta da chi deteneva il potere delle gerarchie intellettuali dell’epoca. Si sa, portare nella storia esseri umani considerati, fino a quel momento, senza storia non era un’impresa semplice. Infatti, se il Meridione d’Italia costituiva da tempo un problema nella coscienza di storici, economisti, sociologi, nessuno aveva avuto, fino allora, il coraggio di affrontare di petto il problema della cultura contadina del Sud, vista come complessa e specifica concezione del mondo e collocata sul fondo di una società storicamente determinata.

De Martino sentì l’urgenza di colmare questo vuoto. Oltre che dall’esperienza della militanza politica, lo studioso fu indotto verso questa scelta anche dalla convergenza di alcuni altri fattori o eventi tra cui, in particolare, l’uscita del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi nel 1945, e i successivi incontri con lo scrittore e con Rocco Scotellaro, poeta-contadino lucano, e infine l’uscita dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci nel 1948. In particolare, il confronto con Levi e Scotellaro, permise a de Martino di avvicinarsi alla drammatica umanità di quel mondo subalterno verso cui lo studioso applicò analisi e interpretazione, valendosi degli strumenti offertigli dalla sua consapevolezza di storico, dalle tecniche della ricerca etnologica e dalla chiave euristica – marxista e classista – che Gramsci gli offriva relativamente alle forme di quel folklore meridionale identificate nella categoria del “cattolicesimo popolare”. 

Le origini, il significato, il persistere di credenze e pratiche magico-religiose arcaiche tra i ceti rurali del Sud furono infatti studiati da de Martino nel contesto di una storia sociale particolare e localizzata che costituisce la base determinante per spiegare tali pratiche. Tutti i fenomeni posti al centro della sua indagine avevano in effetti origini arcaiche, precristiane, provenienti da un antico fondo di civiltà agrarie le quali erano state a lungo oggetto di polemiche, di repressioni, di interventi adattivi da parte della Chiesa ufficiale. La storia delle varie prese di posizione del clero e dei sinodi ecclesiastici contro tali manifestazioni, vengono ripercorsi dallo studioso a prova della sua interpretazione orientata a spiegare anche gli adattamenti della politica culturale ecclesiastica nell’assorbire e riplasmare culti e credenze d’origine arcaica. Già da qui si può capire la fatica di de Martino a parlare, tra i suoi contemporanei, di questi argomenti.

Nel loro insieme le opere meridionalistiche costituiscono un nucleo paradigmatico di studi di storia sociale, religiosa e culturale, condotti sulla base di inchieste dirette e reiterate, operate da Ernesto de Martino in loco mediante interviste, l’osservazione partecipante e con l’ausilio dei mezzi d’inchiesta allora ancor poco aggiornati, quali registratore, macchine da ripresa, ricostruzione di momenti e sequenze di vita locale. Nonostante le polemiche da parte dei suoi colleghi, con queste opere si inaugurò in Italia un importante filone di ricerche di antropologia culturale, o etnologia della società meridionale metropolitana, destinato ad avere sviluppi crescenti, dopo la morte dello studioso, da parte di antropologi di più giovane generazione, che in questi lavori hanno trovato una fonte di stimoli e di sollecitazioni.

Inglobando anche le esperienze di questi due ultimi antropologi del Novecento di cui si è appena detto, Francesco Faeta (2020) sottolinea la frizzante vitalità e volontà intellettuale del Novecento di trasferire i discorsi politici ed intellettuali, oltre che le contraddizioni che essi creavano, all’interno di circoli culturali, nelle sezioni di partito e nella cellula sindacale, come anche nei semplici dibattiti di focolare. Attualmente, questi sforzi sembrano però oltremodo moltiplicarsi:

«Vi è innanzitutto una gerarchia dei valori, che è ordinata su base globale, come ricorda Michael Herzfeld. Vi sono le cose che contano e quelle che non contano; vi sono ordini di priorità del discorso fissati in modo rigido; vi sono stili del linguaggio attraverso i quali imprescindibilmente i valori vanno partecipati; vi sono luoghi di produzione delle idee, delle estetiche, delle politiche e luoghi di loro mera fruizione; vi sono mode culturali che sono molto più che mode, ma autentiche istanze normalizzatrici dei discorsi; vi sono ambiti culturali e scientifici che predominano nettamente su altri, posti ai margini della scena. Segue poi una gerarchia degli attori della cultura. Nessuno che non sia al vertice di tale gerarchia […] può ambire a comunicare. La comunicazione, la condivisione intellettuale del proprio pensiero, è inibita se ci si scosta dal vertice. Questo processo selettivo è particolarmente evidente là dove vi sono competenze specifiche legate a saperi particolari e, soprattutto, a peculiari esperienze della vita reale, tutte messe in secondo piano dalla presenza degli occupanti il vertice gerarchico (che potranno parlare di tutto, senza preparazione specialistica e senza esperienza reale, in nome della loro adesione alla gerarchia universale dei valori e alle sue peculiari modalità comunicative)» (Faeta, 2020).

Tra i molti aspetti a cui si possono ricondurre i problemi posti da Faeta, sembra rientrare implicitamente anche la radicata mentalità clientelare che, molto diffusa nel nostro Paese, determina l’abitudine generalizzata di affrancarsi delle risorse, materiali ed immateriali, proprie delle categorie che stanno al potere e possiedono i mezzi, economici e pseudo-intellettuali, per dettare le mode della cultura erudita. Risulta però chiaro come un certo tipo di interconnessione tra determinate forme di vulnerabilità valoriale e una ideologia clientelare può consentire o meno la riduzione delle dinamiche di mutamento della situazione in atto, circoscrivendo o isolando ideologie diverse che non si allineano alla visione egemone. Se questa dinamica impedisce da un lato il progresso di indispensabili forme di intellettualità, dall’altro, sostiene Faeta, alcune categorie sociali, pur non ottenendo alcun beneficio immediato da questo allineamento:

«Speranzosi, si accodano, come se ricominciare fosse un loro effettivo interesse e bisogno, e non un’imperiosa esigenza del sistema e dei suoi ideatori (è l’eterno principio dei lazzari, in nome dei quali si parla e che si sentono coinvolti in prima persona nel sostenere l’interesse dei potenti)» (Faeta, 2020).
schermata-5

Il perpetuare della situazione che detta le regole del gioco e che decide quando ci devono essere i punti di svolta nella produzione intellettuale, non fa altro che determinare inoltre situazioni di uso privato delle risorse materiali e immateriali da parte di chi detiene il potere. In altre parole, si continua a supportare una situazione di efficacia pubblica di relazioni private le quali, costruite molto spesso in ambito privato, modellano pure le logiche della conoscenza pubblica. Ciò che determina la continuazione della produzione del sapere entro categorie gerarchizzate non è altro che un vincolo tra attori con un diverso grado decisionale e la speranza di chi sta più in basso nella scala del potere di entrare a fare parte del sapere istituzionalizzato accontentandosi almeno delle briciole lasciate dai potenti.

La preoccupazione maggiore della conoscenza così gerarchizzata è quindi quella di costruire efficaci mezzi, preparati ad hoc, per affrontare la problematica dell’informazione-comunicazione non tanto relativa ai suoi contenuti quanto piuttosto ai dispositivi tecnici e materiali per diffonderla. Ecco che pertanto vengono studiati mezzi affinché il progetto delle agenzie della strutturazione delle gerarchie della conoscenza mantengano il loro status quo, mentre vengono trascurati i contenuti e le riproposizioni per un nuovo possibile umanesimo capace di tirare fuori l’essere umano dall’odierna crisi quotidiana.

Tornando all’apertura di questo contributo ed interrogandoci su come poter costruire il nostro futuro, trovo illuminanti le parole di Devon Powers, associate professor di advertising presso Temple University. La studiosa afferma che, quando le persone parlano di futuro, altro non adottano che una strategia comunicativa per persuadere, per competere e per vincere in una discussione o per far sembrare le proprie opinioni o i propri desideri più necessari di quanto non siano in realtà. Sostiene la studiosa che un vero futurista è colui che ignora tale dispotismo, come anche le gerarchie delle agenzie che orientano la conoscenza e i meccanismi messi in atto affinché tali leve del potere continuino a mantenersi e a perpetuare le loro logiche. Afferma infine Powers che chi programma il futuro deve credere che ci sia uno spazio per l’agire umano affinché si dischiuda la possibilità pubblica e libera da vincoli per la costruzione di un sapere umanamente catartico.

Pubblicato da lindarmano

ttps://www.facebook.com/Linda.Armano.antropologa.culturale/timeline/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: