Una riflessione tra arte contemporanea e antropologia

La sfida dell’antropologia contemporanea passa attraverso la dialogica, e a volte il conflitto, tra forme espressive ed interpretazioni interdisciplinari che intrecciano la loro conoscenza e metodologia sopra un argomento. Nuovi percorsi teorici e metodologici, nuovi sincretismi e sperimentazioni espressive ed epistemologiche, prodotte grazie all’incontro e alla collaborazione tra discipline che generalmente collochiamo in settori distinti, sfidano il monopolio ormai obsoleto della sola scrittura accademica connessa ad un unico soggetto legittimato. Codici multi-espressivi attraverso cui narrare la cultura o alcuni tratti culturali di un gruppo umano, sperimentano modalità di volta in volta innovative attraverso la compresenza di più linguaggi e di più soggetti.

Già dalla seconda metà del Novecento, alcuni importanti antropologi come Clifford Geertz, Victor Turner, Mary Douglas, Claude Lèvi-Strauss, Edmund Leach, contribuirono a smantellare l’autoritaria rigidità dei confini tra discipline diverse e soprattutto tra arte e scienza. In particolare gli antropologi cominciarono a pensare che la produzione artistica, sia occidentale che extra occidentale, doveva essere considerata, non semplicemente come una forma di estetica applicata, ma come un’attività embedded nel tessuto sociale. Che l’espressione estetica sia un dato universale è provato dal fatto che se non tutte le società praticano quelle che per noi sono le arti (dal teatro alla pittura, dalla musica alla letteratura, alla scultura ecc.), tutte producono un qualche oggetto, eseguono una qualche “performance” capace di generare nei destinatari delle reazioni di tipo estetico. Ciò avviene perché, come accade per tutti gli altri modelli culturali, anche quelli estetici sono introiettati e condivisi da un certo numero di individui. Ne consegue quindi che la produzione estetica di una data cultura è collegata ai valori, alla visione del mondo e al modo, o ai modi, di sentire che sono tipici di una certa comunità. Quando ci troviamo di fronte ad un oggetto o ad una performance (danza, recitazione) che ai nostri occhi (o alle nostre orecchie) possiede un valore estetico, piuttosto che qualificarli immediatamente come delle “opere d’arte”, dovremmo porci una serie di questioni al fine di determinare quali possano essere i significati estetici che quell’oggetto o quella performance rivestono all’interno della cultura in cui sono prodotti.

Le immagini, intendendo con questo termine sia le rappresentazioni concrete di percezioni visive, figure o raffigurazioni contenute in disegni, dipinti, sculture, fotografie, film, sia altre performance artistiche o le loro rappresentazioni mentali individuali e collettive, vanno a costituire i vasti depositi culturali dell’immaginario, i quali sono centrali nella ricerca etnografica in quanto oggetti da raccogliere e allo stesso tempo strumento per raccogliere dati. In ogni cultura circolano densi flussi di immagini, sotto forma di raffigurazioni di vario tipo prodotte con diverse tecnologie, ciascuna delle quali tende a sviluppare codici semiotici particolari.

Alcuni dei massimi sostenitori del rapporto dialogico tra arte ed antropologia sono Arnd Schneider and Christopher Wright che, in «Contemporary Art and Anthropology» (2006), criticando l’insufficiente cooperazione tra antropologi ed artisti con il conseguente mantenimento di rigidi confini tra antropologia, arte e scienza in generale, affermano come questa lacuna possa essere superata attraverso una reinterpretazione e una rielaborazione critica della gamma di pratiche sensorie e materiali che sono tipiche di ciascuna delle due discipline. Dopotutto, riprendendo Mauss, arte ed antropologia sono delle tecniche del corpo, definizione che non è ristretta alla meccanica delle formule fisiche di intervento, né alla morfologia degli oggetti quali reperti neutri, ma impegna un intreccio assai profondo di funzioni e attitudini psicosomatiche culturalmente plasmate.

Schneider e Wright affermano che sia l’arte che l’antropologia hanno la peculiarità comune di re-interpretare e re-immaginare le pratiche sociali, culturali ed estetiche attraverso la loro capacità intrinseca di svelare la vita sociale. Insomma arte ed antropologia possiedono la caratteristica comune di fare vedere le cose che non si vedono.  

Altri antropologi hanno notato la connessione tra l’arte contemporanea, soprattutto di avanguardia e in particolar modo del surrealismo, e antropologia (Clifford 1988; Marcus, Myers 1995; Sansi 2015). Marcus afferma per esempio che la ricerca malinowskiana può essere interpretata, all’interno della disciplina antropologica, non solo come particolare metodo di ricerca sul campo, ma anche come un immaginario estetico a partire dal quale l’antropologo ha potuto costruire una figura di sé (Marcus 2010: 266). Ovviamente il campo di Malinowski non è il campo che oggi incontrano gli antropologi in cui i soggetti, lungi dall’essere semplicemente “nativi”, si muovono all’interno di un contesto globale. Proseguendo il discorso di Marcus, Roger Sansi, in «Experimentaciones participantes en arte y antropología. Participatory Experimentation in Art and Anthropology» (2016), afferma che l’arte può essere un riferimento importante nella pratica etnografica, tanto da parlare di “estetica del lavoro di campo” (Sansi 2016: 70) e di “sperimentazione partecipante” (Sansi 2016: 72). Secondo Sansi, la critica al concetto di “osservazione partecipante” riguarda soprattutto il primo termine “osservazione” che connota una distanza piuttosto che una vicinanza, come invece sostiene il secondo termine “partecipante”. La nuova “estetica collaborativa” proposta da Sansi implica una “sperimentazione partecipante” in quanto il lavoro di campo antropologico si è sempre basato su un processo sperimentale, spesso anche di attrito, tra l’antropologo e i soggetti con cui interagisce. Sostiene Sansi che grazie al carattere generale dell’arte contemporanea:

La antropología puede aportar una visión más radical, de procesos participativos en los que no se trata solo de trabajar juntos por el bien común, sino de hacerse y deshacerse los unos a los otros. Esta visión radical no es necesariamente nueva, quizá ha estado siempre implícita en el trabajo de campo etnográfico. Pero siempre va bien repensar la etnografía a partir de otros modelos —como las colaboraciones experimentales (Sansi 2016: 72).

Altri autori sostengono che l’arte sia un valido supporto per ripensare a costrutti teorici antropologici e filosofici. Michael Richardson, per esempio, afferma che se l’arte riesce a raggiungere la profondità della natura umana, essa necessita dell’antropologia per spiegare come riesce a raggiungerla.

L’antropologa Susanne Küchler considera invece la possibilità di esplorare l’arte attraverso la lente concettuale delle scienze matematiche piuttosto che, come succede tradizionalmente, in meri termini estetici elaborando inoltre intriganti implicazioni teoriche e metodologiche anche nel settore dell’antropologia visuale.

Jonathan Friedman afferma inoltre che la metodologia artistica ed antropologica e l’esposizione museologica procedono parallelamente. Alla fine del XIX secolo per esempio “l’arte primitiva” suscitò entusiasmi ed ispirazione tra gli artisti. Del resto «Primitive Culture» di E. B. Tylor risale allo stesso periodo (1871). Contemporaneamente le mostre di materiale etnografico, organizzate sempre più frequentemente dai musei, mettevano gli artisti in contatto con una folla di pezzi, di provenienze disparate e non illustrati da alcuna spiegazione, destoricizzati certo ma tali da obbligare a rivedere i criteri artistici, i canoni di bellezza, le possibilità espressive e il linguaggio (Boas 1981: 9). Si spiega così la tragedia romantica di Paul Gauguin che nella fuga alle isole dei Mari del Sud dà corpo alla sua rottura con la tradizione naturalistica greco-romana e rinascimentale, alla ricerca di un’espressione artistica guidata da criteri come immaginazione, purezza e autonomia creatrice del colore. Gauguin affermava infatti che: «La grosse erreur c’est le Grec, si beau qu’il soit».

3 Ea haere la oe, 1893, Paul Gauguin

“Ea haere la oe”, Paul Gauguin, 1893

Ai loro primi passi nello studio dell’arte primitiva, anche gli artisti passano quindi per gli stessi percorsi seguiti dagli etnologi.

Se quindi arte ed antropologia si incrociano soprattutto per la capacità di interpretare e di rappresentare la vita sociale, sorprende l’attuale lentezza verso una matura esplorazione metodologica della border zone tra le due discipline. L’obiettivo di questo contributo è quindi considerare nuove possibilità di sperimentazione tra arte e antropologia, attraverso la presentazione di una particolare opera artistica contemporanea, al fine di mostrare come il dibattuto tema dell’Identità in antropologia possa essere rielaborato e modellato in immagine.

 

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