«Is that what we call identity?»

L’obiettivo di questo contributo è considerare nuove possibilità di sperimentazione tra arte e antropologia, attraverso la presentazione di una particolare opera artistica contemporanea, al fine di mostrare come il dibattuto tema dell’Identità in antropologia possa essere rielaborato e modellato in immagine.

Qualche tempo fa ebbi la fortuna di collaborare con Chiara Tubia, grande artista contemporanea, nella realizzazione di una sua opera d’arte, intitolata «Is that what we call identity?» ed esposta a Palazzo Marchesale ad Arnesano (Lecce) nel mese di dicembre 2016.

L’opera, come tutta la produzione artistica di Chiara Tubia che è caratterizzata da sincretismi artistici, antropologici, religiosi e filosofici, affronta un tema di profonda rilevanza e attualità anche sotto il profilo antropologico attraverso una performance sinestetica che univa immagine e suono.

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Quando Chiara Tubia mi chiese di collaborare con lei, mi fu offerta l’occasione di riflettere su come l’arte possa fornire interessanti spunti di riflessione, sia tematici che metodologici che applicativi, all’antropologia e viceversa. Per l’occasione mi fu chiesto di scrivere il testo, recitato poi dall’attrice Valentina Violo, che accompagnava l’opera. Entrai quindi in stretta sinergia con Chiara Tubia ed insieme riflettemmo su come applicare il linguaggio antropologico all’immagine che lei voleva rappresentare. Riflettemmo sul concetto di identità, valutandone lo spessore concettuale sia dal punto di vista dell’antropologo, sia dal punto di vista dell’artista. Il concetto di identità è un tema dibattuto in antropologia. Dal punto di vista concettuale la maggior parte degli attuali dibattiti antropologici sul tema dell’identità puntano sulla critica ontologica di tale concetto. Al concetto di identità – come già diceva Hegel – non corrisponde nulla di reale nel mondo. L’identità quindi rischia di essere un mito spesso pericoloso. Sullo stesso piano si poneva la riflessione di Tubia secondo cui:

L’identità può essere qualcosa di devastante nel senso bello e brutto del termine. Alla fine è come se, quando si identifica qualcosa, quel qualcosa non è mai fondamentalmente un punto di arrivo, perché c’è sempre qualcosa che slitta in avanti. È un qualcosa di mutevole perché è una continua scoperta. Posso riflettere sul concetto di identità grazie al percorso che ho fatto nella vita, all’uso di varie metodologie, di varie conoscenze, fondendo anche concetti quantistici piuttosto che matematici, filosofici amalgamandoli per esempio con concetti religiosi o con le discipline naturali. L’identità è utile per trovare concettualmente una unità, ma è un’unità che a volte rischia di sgretolarsi e poi riformarsi e magari quando si riforma diventa più forte.

Afferma Francesco Remotti che l’identità è più che altro una questione di decisioni. Nel nostro ordinamento sociale, per ogni persona esiste una carta di identità, dove sono riportati i dati anagrafici, alcuni dei quali sono perenni e immodificabili (luogo e data di nascita), mentre altri sono variabili nel tempo (le fattezze del volto riportate nella foto, la statura, il colore dei capelli, la residenza, la professione, lo stato civile); altri ancora, nonostante siano invariabili nel tempo, possono essere modificati con più difficoltà (nome, cognome e sesso). Dov’è quindi l’identità della persona? Se le parole hanno un senso, il significato di identità dovrebbe consistere in ciò che fa sì che una cosa (un’entità, un soggetto) permanga uguale a sé stessa nel tempo e nello spazio. Possiamo allora asserire che l’identità di una persona sia adeguatamente rappresentata dagli elementi invariabili della sua carta d’identità? È lì che si concentra la sua identità? Mi sembra di poter dire che, nella percezione comune, la nostra identità non è data dagli elementi invariabili (luogo e data di nascita). Siamo invece molto sensibili ai mutamenti di nome, cognome e sesso, a tal punto da concepirli come mutamenti di identità; il cambio di sesso viene infatti inteso come un mutamento di identità sessuale.

Quando parliamo di identità personale intendiamo certamente qualcosa di più complesso del codice fiscale. Ma allora che cos’è una persona nel suo insieme? Secondo Tubia:

«La persona, almeno come sono io, come mi sento e quindi quello che posso dire, è qualcuno che dovrebbe cercare non solo sé stesso, ma anche il significato profondo di tutto ciò che lo circonda. È capire il senso dell’Io e il senso di tutto».

La persona verrebbe dunque a coincidere con un nucleo sostanziale indivisibile. Ma se volessimo avvicinarci a questo nucleo per osservarlo con maggiore esattezza e precisione, non scopriremmo – come Blaise Pascal sosteneva nel XVII secolo – tutta una molteplicità di elementi, di aspetti, di articolazioni? E allora, non sarebbe più giusto affermare che la persona è fatta non di unità, ma di molteplicità (Remotti 2010)? In effetti, chi – come per esempio Amartya Sen (2006) – vuole salvare comunque il concetto di identità, sarà disposto ad affermare che ciascuno di noi è portatore non di una, ma di molteplici identità (a seconda dei ruoli svolti e delle appartenenze sociali).

Giunte a queste conclusioni, con Chiara Tubia ragionammo ulteriormente sul testo da stilare che avrebbe accompagnato l’opera. Anziché interpretare la molteplicità nell’io come un mazzo di identità molteplici, proposi a Tubia di concepire la molteplicità dell’io come fattore decisamente antagonistico rispetto all’identità. Proposi dunque di pensare a come la molteplicità dell’io si combina con il flusso di cui è fatto; c’è un ricambio continuo, che impedisce di immobilizzare non solo l’io, ma anche le sue parti, i suoi elementi, le sue identità, anche se, beninteso, i soggetti si sforzano con diversi mezzi per contrastare il flusso. Insomma era esattamente l’idea affermata da Tubia secondo cui l’identità è: «un’unità che a volte rischia di sgretolarsi».

Ogni soggetto è sottoposto ad auto-rappresentazioni e ad etero-rappresentazioni. Ognuno di noi non è identico, ma simile a sé. Ogni sé – se così vogliamo esprimerci – consiste in un groviglio di somiglianze e differenze. Il soggetto è un groviglio a cui si applicano idee e progetti di riconoscimento, tali per cui il groviglio non sia una matassa confusa e indecifrabile, bensì una matassa in cui traspaiano un certo ordine, una certa intenzionalità, una certa progettualità. Un io si forma mediante questo processo di auto-riconoscimento, ma esso non coincide con l’acquisizione di un’identità (un io finalmente stabile e nettamente definito), bensì con un processo continuo e incessante di «somigliamento» e di «differenziamento» rispetto al proprio passato e al proprio presente. Potremmo aggiungere insomma che in un soggetto c’è sia coerenza che incoerenza. Un soggetto ha bisogno di auto-riconoscersi e lo fa ammettendo anche etero-rappresentazioni di altri soggetti che con lui interagiscono. Tra interno ed esterno c’è evidentemente una qualche linea che fa da confine. Per penetrare con maggiore profondità la percezione di questo confine che la nostra cultura ci offre sono fondamentali queste considerazioni personali di Chiara Tubia:

Mi sono sempre sentita aliena alla società, alle persone che mi circondavano, al pensiero collettivo. Guardavo le cose, rispetto al mondo che mi circondava, in maniera diversa. Vivevo nel mio mondo e tutto ciò che c’era fuori, come le persone mi vedevano e mi giudicavano, mi feriva molto. Era come se non fossi in grado di proteggermi.

Riprendendo il lavoro di Francesco Remotti «L’ossessione identitaria» (2010), è qui opportuno sottolineare la differenza tra il paradigma dell’identità e il paradigma della somiglianza. Se si adotta il principio dell’identità e si concepisce il soggetto – non importa se singolare o collettivo – come necessariamente dotato di identità, inevitabilmente si instaura la categoria, opposta, dell’alterità. Tra identità e alterità corre un confine nitido e invalicabile: un’eventuale infiltrazione dell’alterità è concepita come una minaccia, e dunque si deve fare di tutto perché il confine tra identità e alterità venga mantenuto nel suo significato di netta separazione e di inequivocabile opposizione (Remotti, 2010: 72). Se invece si adotta il paradigma della somiglianza, non solo il confine è assai meno netto e invalicabile, ma soprattutto esso non esiste in maniera preventiva. Se in origine c’è un groviglio di somiglianze e di differenze, il confine è qualcosa che si viene a formare durante il processo di soggettivazione; esso inoltre non rimane fisso e invalicabile, in quanto coincide con una zona di costante attraversamento. Diventare soggetto comporta infatti compiere gesti di somigliamento e di differenziamento non soltanto con sé stessi, ma anche con tutti coloro con cui in un modo o nell’altro si entra in contatto. La persona coincide insomma non solo con un individuo a sé, con un’auto-rappresentazione, ma contemporaneamente con un fascio di relazioni in cui egli è inserito (Remotti, 2009: 333).

Il risultato della commistione di conoscenze interdisciplinari e soprattutto del profondo ed intimo intreccio di pensieri tra Chiara Tubia e me, ha permesso la stesura del testo che segue e che accompagnava l’opera:

Nasciamo con la possibilità di avere mille vite diverse, ma poi ne viviamo una sola

Ma quanto è vero?

Qu’est-ce qui définit l’homme, les hommes?

Mon identité c’est ce qui me rend semblable à moi-même et différent des autres?

Mon identité c’est ce par quoi je me définis et me connais?

Oppure ogni essere umano ha centinaia di persone separate che vivono sotto pelle?

Dove ogni uomo ha in sé diversi uomini che rimbalzano da un’identità all’altra.

Entità in mutazione.

Infiniti caleidoscopici sistemi che si coaugulano e si scompongono.

¿La imagen que tenemos nosotros mismos es la misma que los otros tienen sobre nosotros?

The accord between the image we have created of ourself and ourselves

Just who is that?

Ourselves

Siamo specchi che si guardano?

Entità riflesse?

È il modo in cui ci vedono gli altri a definire ciò che noi siamo?

Ma ciò che noi siamo rappresenta la nostra identità?

To know where you belong

To know yourself worth

To know who you are

How do you recognize identity?

We are creating an image of ourselves

We are attempting to resemble this image

Is that what we call identity?

Identity

Of a person, of a thing, of a place

Identity

The word itself gives me shivers

A ring of calm, comfort, contentedness

What is it?

Identity.

«Is that what we call identity?»

L’effetto artistico prodotto dall’opera di Chiara Tubia è un’immersione sonoro-visiva dello spettatore, inserito fisicamente nell’opera e guidato dalla voce narrante che pone interrogativi, affermazioni, suggerimenti sul concetto di Identità nella cultura Occidentale.

La sfida del lavoro artistico di Tubia è il tentativo di abbandonare le dicotomie che separano arbitrariamente la mente dal corpo. L’opera è caratterizzata da una serie di volti umani, che sono il calco del viso dell’artista, posti lungo file parallele divise da corridoi. Lo spettatore, camminando tra i volti realizzati in gesso ed appoggiati al pavimento, utilizza un sistema sensoriale integrato, dove non si separano aristotelicamente né i cinque sensi tra loro né il soggetto dall’ambiente.

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«Is that what we call identity?»

L’immersione fisica nell’opera, pone in prima istanza una particolare sensazione di sospensione, una costante oscillazione fra materialità e immaterialità che rimanda a sua volta alla riflessione sul significato di identità e del suo simultaneo e complementare concetto di «assenza» (Mikkel Bille, Frida Hastrup, Tim Flohr Sørensen, 2010: 8). Nell’opera si delinea, nella sua estemporaneità, un tragitto antro-popoietico che condensa, in un’immagine, l’eredità dell’antico dibattito sulla natura umana tra il pieno e il vuoto (pitagorici e atomisti). L’opera sembra in qualche modo rievocare ciò che Democrito intende per «vuoto», ossia lo spazio in cui si muovono gli atomi, i quali, con la loro indivisibilità («atomo» in greco significa appunto «indivisibile»), sono un concentrato di essere.

Lo spettatore si sente preso in causa in prima persona. L’opera di Tubia è un’esperienza da vivere, una «sensopoiesi» in cui i sensi diventano i mezzi per incorporare l’opera. Lo spettatore è dunque sottoposto all’operazione plasmatrice dell’opera d’arte.

 

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