«Anthropology of mining»: universalismi strutturali in contesto industrializzato (parte II)

il

Aspetti universali del lavoro industrializzato in miniera

Nel suo interessante lavoro «Offshore work: oli, modularity, and the how of capitalism in Equadorial Guinea» (2012), Hanna Appel introduce il concetto, estremamente importante, di “modularity” che, oltre a trovare applicazione nel suo caso di studio, ossia l’industria petrolifera negli offshore, può essere esteso anche ad altre “aree ecologico-produttive”:

«Modularity (…) may be useful to think with across research site, including other resource and commodity chains, special economic zone, shipping and military installations, transnational finance, or even democratization projects, where democracy has to be made into “something that moves easily from place to place”» (Appel, 2012: 698).

Come sottolinea Appel, l’attenzione etnografica tende a considerare soprattutto “il come” si costituisce localmente una certa forma di capitalismo globale. Nel presentare il suo cambiamento di paradigma, Appel introduce il classico lavoro sul dono presso i Maori (1969) di Marcell Mauss, in cui spiega come lo “hau” sia lo spirito contenuto in ogni oggetto donato che dà luogo a prestazioni di dono continue. Estendendo il concetto di “hau” nell’ambito del capitalismo, che come nel contesto del dono mette in moto un movimento in continuo divenire espansionistico, Appel assume il “profitto” come spirito del capitalismo. Il profitto ci dice però poco dei processi e delle pratiche che il capitalismo crea nella vita di tutti i giorni. Perciò, secondo Appel se il profitto è lo spirito del capitalismo, “il come” esso si dispiega quotidianamente resta una questione aperta e costantemente indagabile. Secondo Appel quindi:

«In this sense, modularity does not describe a new mode of capitalistic production – from post-Fordist to neoliberal to modular. Rather, attention to the work of modularity in the world helps to reconcile oft-opposed theoretical approaches to “global capitalism”» (Ibidem)

Al posto di attribuire al capitalismo una sistematicità autonoma o negare ogni sorta di sistematica coerenza in favore della contingenza e della eterogeneità, l’approccio modulare guida l’attenzione etnografica nel ricercare l’eterogeneità e la contingenza all’interno dello speculare profitto e all’omogenea forma di potere ricorrente in ogni progetto capitalistico globale. Perciò Appel preferisce partire dal senso opposto rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi antropologi:

«Here, my analysis moves in the opposite direction. I follow the work of the oil companies themselves, for whom disengagement from Equatorial Guinea’s specificity was not a mistaken starting point (ready to “be exposed” by the anthropologist) but an always-unfinished project they worked daily to build. This direction of analysis start from the “proliferation of relations” and then traces the framing work that makes marketization possible» (Ibidem)

I riferimenti ad Appel e al suo concetto di “modularity” servono, in queste pagine, per introdurre un discorso sull’industrializzazione dell’attività mineraria come elemento universalmente distribuito e contemporaneamente embedded nella vita sociale, politica ed economica locale.

I dibattiti attorno al capitalismo e all’anticapitalismo hanno prodotto, a mio avviso, un’abitudine nelle ricerche, a separare i due contesti piuttosto che concentrarsi sulle conoscenze e sulle partiche prodotte grazie all’incontro e alla negoziazione tra i due. Infatti Tsing sottolinea:

«Capitalism forms and processes are continually made and unmade; if we offer singular predictions we allow ourselves to be caught by as ideology. Attention to contingency and articulation can help us describe both the cultural specificity and the fragility of capitalist – and globalist- success stories» (Tsing, 2000: 142-143)

Le implicazioni teoriche per una comprensione del sistema minerario multinazionale possono infatti generare interpretazioni impegnative, poco esplorate e questioni di vasta portata sull’omogeneità della gestione multinazionale estrattiva, sulle forme di potere, sulle gerarchie e sulla razionalizzazione dei profitti.

Uno degli aspetti caratteristici dell’industrializzazione mineraria, è rendere esplicita la percezione che il profitto da essa derivato avvenga grazie ad una esclusiva categoria professionale, separata dal resto della popolazione locale, coinvolta invece in altre attività produttive. Appel sottolinea, in questi contesti, i frequenti scontri politici, economici e sociali tra le diverse categorie socio-professionali, oltre che produzioni di eterorappresentazioni, spesso spettrali della miniera, ancora poco esplorati dalla ricerca scientifica (per esempio per i corpus leggendari sulla miniera cfr. Armano, 2016).

La separazione tra industrializzazione mineraria ed il resto delle attività produttive non è solo un aspetto attuale che riguarda comunità lontane da noi. Per esempio nelle Alpi l’industrializzazione mineraria si avviò sin dal Medioevo, individuando nelle Alpi austriache la provenienza di maestranze minerarie e metallurgiche, legate all’estrazione e alla lavorazione dell’oro e dell’argento, che nei secoli successivi emigrò in tutto il territorio alpino. Ma perché, per quanto riguarda il lavoro estrattivo, prese piede soprattutto in Austria, sin dal Medioevo, una professione ufficialmente riconosciuta e legata all’estrazione e alla fusione di metalli preziosi?

In questo contesto entrano in gioco molteplici fattori, ma solo per fare qualche esempio possiamo ricordare il caso dei cadetti centroeuropei, principalmente austriaci, i quali, esclusi dall’eredità e dal matrimonio, trovavano nel lavoro salariato in miniera una valida alternativa all’unica possibilità che veniva loro riservata, cioè quella di diventare dei servi di campagna (Viazzo, 2001: 205). Il fatto che il minatore venisse pagato a salario era inoltre un incentivo a intraprendere questa professione, poiché garantiva una disponibilità economica di liquidi che l’attività agropastorale e contadina non poteva garantire, soprattutto laddove si fosse sottoposti all’autorità di un capofamiglia o di un estraneo come nel caso dei servi. Il lavoro in miniera consentiva dunque l’emancipazione personale da queste forme di sudditanza, anche in virtù del fatto che i minatori avevano il diritto a sposarsi, a differenza dei cadetti non emancipati (cfr. Mitterauer, 1974).

Sempre in riferimento a questo caso particolare, ma l’esempio è estendibile anche all’intero arco alpino, i minatori godevano, sin dal Medioevo, di particolari privilegi rispetto alla popolazione locale. Per esempio, dal più antico statuto minerario finora scoperto, la Carta ficti et racionum episcopi ab illis qui untuntur arzenterie del 1185, contenuta nel «Codex Wangianus», in cui si fa esplicito riferimento alla composizione di maestranze presenti sul monte Calisio, in provincia di Trento, provenienti dalla Baviera, dalla Boemia, dalla Sassonia e dal Tirolo, si legge che le miniere erano considerate “distretti di pace”. Questo significa che esse godevano di immunità giurisdizionale localmente delimitata. Tale provvedimento valeva nelle miniere, ma anche negli edifici appartenenti ad esse, nelle discariche, nelle fonderie, nei sentieri del trasporto del minerale e nei tragitti che i lavoratori percorrevano per andare e tornare dal lavoro. In questi luoghi i minatori godevano di libertà, cioè erano protetti dall’arresto da parte dell’autorità giudiziaria, a meno che non si trattasse di delitti gravi.

Questi aspetti sono oggetti di studio soprattutto dei cosiddetti «postdevelopment studies» che hanno recentemente concentrato l’attenzione sugli «enclave space», ossia sulle zone separate dal corpo territoriale degli Stati e che godono di una regolamentazione separata. Le enclave estrattive sono forse i siti pionieristici nel mostrare questioni che altrove (e per enclave di diversa natura come le riserve naturali o indigene, le micro municipalità fortificate o i campi di detenzione), sono evidenti solo da epoche molto più recenti.

Sidaway (2007) afferma che, all’interno delle enclave, si producono conflitti “straordinari” che sono diretta conseguenza della formazione di soggettività diverse, vecchie e nuove, e dove le soggettività nuove sono, a loro volta, conseguenza dell’industrializzazione di un determinato settore produttivo. Sottolinea Sidaway come le nuove soggettività richiedano spesso anche la definizione di nuovi statuti di appartenenza e nuove regole per l’esercizio dei diritti.

Conclusioni

Esistono numerose descrizioni e testimonianze di scontri e tensioni tra lavoratori e dirigenti di multinazionali minerarie (cfr. film documentario Harlan County, USA, 1976), relative soprattutto alle condizioni di lavoro e al mancato riconoscimento o indennizzo di malattie professionali o incidenti.

Un’originale interpretazione sulle corporazioni è stata data da Dirlik:

«Corporations as agents of globalization internalise the contradictions that are implicit in the incorporation of different cultural situation with their own productive procedures» (Dirlik, 2001: 26)

Per tentare di contenere la proliferazione di contraddizioni determinate dalla produzione mineraria multinazionale, che ha causato in tutto il mondo e soprattutto negli ultimi due decenni, l’incrementarsi di scontri tra lavoratori e aziende multinazionali oppure tra diverse corporazioni economico-culturali, è stata istituzionalizzata l’«World Mining Directory», che oltre ad essere un primo tentativo di incontro tra corporazioni e stakeholders, è soprattutto una direzione di controllo globale delle compagnie minerarie. Un rapido esame del «World Mining Directory» mostra importanti varianti strutturali nell’organizzazione delle corporazioni, le quali dipendono soprattutto, oltre che da un’organizzazione multinazionale, dal management della corporazione e dall’élite politica nazionale.

Come sottolineano Ballard e Banks:

«Globalization marks a useful point of departure for discussion of the role of the State in mining (that is) a pivotal institution. This holds particularly true in the case of mining because governments tend to play an exceptionally large role in the resources sector of almost all developing countries for a number of reason» (Ballard, Banks, 2003: 294).

In prima istanza gli Stati nazionali, in cui nel loro territorio vi è un’importante attività estrattiva, regolamentano l’entrata, nel proprio Paese, delle multinazionali minerarie, nonostante la World Bank e l’International Monetary Fund abbiamo incoraggiato, dal 1980, normative a favore di investigazioni scientifiche straniere con lo scopo di implementare l’attività estrattiva.

Il controllo dei regimi fiscali da parte degli Stati nazionali nel settore minerario provoca, in determinati Paesi, una riduzione degli standard di sicurezza nel lavoro e la mancanza di piani di tutela ambientale. Questo aspetto sembra essere inversamente proporzionale al controllo e alla presenza delle multinazionali estrattive all’interno del territorio nazionale. In questi gaps si inseriscono dunque le ONG al fine di promuove progetti di salvaguardia ambientale e a favore dei diritti umani.

 

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