Il quartiere della Guillotière di Lione: appunti etnografici su una “una realtà interessante”

(Articolo pubblicato in “Dialoghi mediterranei“, periodico dell’Istituto Euro Arabo di Mazara del Vallo).

Tutto accadde nel primo periodo del mio soggiorno di nove mesi, tra il 2009 e il 2010, a Lione per il dottorato. Mentre preparavo la mia ricerca nell’ambito dell’antropologia alpina, mi trovai all’interno di un’etnografia non programmata. Vivevo in un quartiere multietnico, simile ad una banlieue dal punto di vista socioculturale, con problemi di droga, alcool, prostituzione e bassa scolarizzazione, ma molto diverso dal punto di vista architettonico. Contrariamente alle classiche periferie, dove le architetture preannunciano la marginalità socioculturale ed economica, il quartiere dove vivevo era caratterizzato da imponenti palazzi tardo ottocenteschi in stile «haussmanniano». La conformazione architettonica ed urbanistica del quartiere contribuì a non farmi accorgere immediatamente della marginalità di certi gruppi di immigrati, determinando un inaspettato sradicamento cognitivo che, dal mio secondo giorno lionese, subii prima di costruire un’interpretazione.

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Il quartiere della Guillotière – Lyon-

Di seguito propongo alcuni fogli del mio taccuino di campo lionese in cui annotavo, pur nella loro estemporaneità, momenti di vita quotidiana che esulavano dalla mia ricerca di dottorato propriamente accademica. Quanto segue non è un semplice ragionamento analitico, ma una conoscenza ottenuta attraverso la risonanza pregnante di momenti d’incontro con “forme di umanità” distrutte che abitavano quel quartiere. I momenti d’incontro inaspettati con queste persone, avvenuti soprattutto nella prima fase del mio soggiorno lionese, possono essere sintetizzati come “punti ricchi” all’interno di “strisce di esperienza”. In questi incontri le mie assunzioni implicite e inconsapevoli si mostravano inadeguate per capire quello che mi si presentava davanti. Attraverso le micro esperienze dell’osservazione partecipante avveniva: «una continua modificazione degli schemi attraverso il reperimento di punti ricchi in strisce di esperienza» (Agar, 1996: 31).

Quanto è scritto è il prodotto di uno slittamento da una realtà immaginata ad una realtà trovata e a cui non ero preparata. Ciò che mi aspettavo dalla mia esperienza a Lione era la frequentazione dell’università, le biblioteche e le librerie, le grandi piazze, i monumenti, i viali illuminati. Certo, c’era tutto questo, ma a fine giornata dovevo tornare a casa, nel quartiere multietnico che fu il mio primo approccio con la città.

Propongo dunque questi fogli del diario di campo perché mi sembra si prestino bene per un lavoro di verifica che va assolutamente approfondito. L’obiettivo che mi prefiggo è di mettere alla prova su materiale empirico l’utilità euristica di alcuni concetti per lo studio antropologico relativo al problema dell’integrazione – nozione tanto inflazionata ma quasi mai sottoposta al necessario vaglio critico – in rapporto ai concetti di violenza strutturale (P. Farmer) e di domesticità utilizzabile elaborata da de Martino ne La fine del mondo (1977). Si tratta di un primo tentativo per tracciare un’analisi delle tensioni fra un potere, la cui sovranità si fonda sulla «nuda vita» (Agamben, 1995), e specifiche forme di sofferenza e di miseria causate da gravi disarticolazioni delle relazioni fra società lionese e comunità immigrate che vivono nel quartiere multietnico.

Note di campo

Domenica 8 giugno 2009, arrivai in treno a Lione partendo dalla stazione di Venezia. Per il mio soggiorno lionese avevo affittato da Xavier, un ingegnere francese di trent’anni, una camera nel suo appartamento. Giunsi alla stazione Part Dieu di Lione verso le 18.00. Xavier viveva in un appartamento di un grande palazzo ottocentesco in Rue Montesquieu 19, nel quartiere de la Guillotière. La stazione Part Dieu era collegata al quartiere dalla linea T3 del tram e la fermata più vicina a Rue Montesquieu era quella di Rue Pasteur. Giunta a destinazione suonai il campanello e si aprì un cancello verde di ferro. Sopra i campanelli, c’era una tastiera apriporta. Salii le scale dell’imponente palazzo di quattro piani. L’appartamento di Xavier, al terzo piano, guardava il cortile interno e i palazzi della via parallela, Rue d’Aguesseau.

Finalmente conobbi Xavier di persona. Biondo, carnagione chiara, occhi azzurri, occhiali tondi, magro. Sembrava riservato e un po’ timido. Il suo appartamento era piccolo con parquet ovunque. Accanto all’ingresso la porta grigia del bagno, mentre di fronte c’era la cucina. A destra dell’ingresso si accedeva, lungo un corridoio, alle camere. Prima, sulla sinistra, c’era la camera di Xavier e poi la mia. All’interno c’erano un divano letto che, appena sistemati i bagagli in camera, aprii con l’aiuto di Xavier; un tavolo tondo in legno, una sedia, una piccola libreria in legno con alcuni libri di biologia e di aritmetica e un caminetto.

La sera andammo a cenare in un locale lì vicino, sulla sponda del Rodano. Verso le 24.00 decidemmo di salutarci dato che l’indomani la sveglia sarebbe suonata presto per entrambi.

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Il quartiere della Guillotière sulle sponde del Rodano

Lunedì 9 giugno 2009. Mi svegliai alle 6.30. Xavier era già uscito e questa fu la routine mattutina che continuò per tutta la mia permanenza lionese. In quell’appartamento senza televisione né radio, vigeva un silenzio grave che mi faceva sentire tremendamente sola ma che, nei mesi a seguire, mi avrebbe permesso di udire ciò che di sera avveniva nelle strade della Guillotière. Quella forte sensazione di solitudine mi spinse però a dare forma ad un’analisi sull’invisibilità strutturata in relazione ai marginali che abitavano la Guillotière e a comprendere il paradossale comportamento dei lionesi, che vivevano in zone non degradate della città, che concepivano quel quartiere come una “realtà interessante”. Compresi in seguito che il concetto di “realtà interessante” era, oltre che una frase fatta, una sorta di seconda pelle, una rappresentazione creata ad hoc del quartiere della Guillotière.

Quella mattina mi preparai per andare all’università. Scesi in strada per prendere il tram, la linea T2, che mi portava all’Université Lyon 2, Bron Parilly. Mi avviai verso la fermata di Rue Pasteur dove il pomeriggio precedente ero scesa. Aspettai cinque minuti l’arrivo del tram. Mi guardai attorno. Erano le 7.45 del mattino e molti uomini erano seduti per terra. Non riuscivo a dare loro un’età e un’origine precisi. Forse algerini, oppure tunisini. Altri erano rom. Erano tutti uomini; per strada e a quell’ora non c’erano né donne né bambini. Molti di loro tenevano una bottiglia di birra in mano. Erano ubriachi e si stendevano a terra. Alcuni giovani maghrebini, di circa vent’anni, barcollavano ubriachi al di là della strada. Arrivò il tram e salii. Il tragitto verso l’università durò venti minuti. Scesi e percorsi il vialetto che conduceva all’entrata della sede universitaria. Salii al secondo piano nel dipartimento di antropologia dov’era già arrivata la mia tutor.

Nel pomeriggio tornai a casa in tram. Quando arrivai alla fermata di Rue Pasteur decisi di andare a fare la spesa. La mattina avevo visto un supermercato (Supermercato Casinò) dietro la fermata. Decisi di entrare. E lì iniziò la mia inconsapevole discesa nel campo.

Il campo mi trovò e mi travolse

Immaginai di entrare in un supermercato come tanti e invece stavo per assistere ad un processo di smantellamento di persone. Il supermercato dietro la fermata del tram di Rue Pasteur era un luogo malsano abitato, durante il giorno, da uomini ubriachi, drogati, sporchi, alcuni seduti a terra vicino le casse automatiche. Non persone. Corpi distrutti. Erano per lo più rom e maghrebini. C’era un vociare confuso e incomprensibile. Vidi una sola donna di origine francese, bionda, con i capelli lisci fino alle spalle, occhi azzurri, occhiali, vestiva una t-shirt bianca, jeans, scarpe asisc bianche. Stonava in quel posto, era più donna da supermercato biologico. Cosa ci faceva lì a comprare mele, del tutto indifferente, estranea a ciò che la circondava?

Acquistai ciò che mi serviva e mi avviai verso la cassa continuando ad osservare quel luogo. Lungo i corridoi, tra gli scaffali, c’erano uomini che trascinavano senza senso i loro passi. Alcuni gruppi di ventenni maghrebini rubavano bottiglie di alcolici ed uscivano incuranti dal supermercato. Alla cassa la cassiera francese teneva lo sguardo basso, era indifferente al contesto in cui era immersa proprio come la donna bionda di prima. Si trattava di qualcosa di più complesso di una semplice abitudine a quell’habitus tanto da renderlo invisibile. Si trattava piuttosto di capire per quale motivo quel “traffico di corpi significativi”, quelle estreme condizioni di umanità non sembravano suscitare in loro nessun pensiero o la benché minima percezione di insicurezza.

Da parte mia sentivo sgretolare le categorie di comprensione nel tentativo di cogliere una realtà così complessa e drammatica. Mi chiedevo se poteva esistere un livello di massima saturazione nel sopportare quelle condizioni di miseria da parte di quella gente. Compresi presto che per i lionesi, al di là delle micro variabili interpretative, quelle persone erano una “massa omogenea altra da sé”; per alcuni erano ospiti indesiderati senza tradizioni, per altri semplicemente persone povere a cui rivolgersi con fare paternalistico. Ma se invece determinati gruppi sociali, che abitavano quell’habitus, inteso come struttura strutturata predisposta a funzionare come struttura strutturante (Bourdieu, 2005: 84), fossero culminati in una saturazione di sopportazione? E davanti a questa reazione come si sarebbero comportati i lionesi?

Uscii in fretta dal supermercato. Davanti la porta d’uscita c’era la fermata del tram di Rue Pasteur, da cui prima ero scesa. Dietro la pensilina erano ammucchiati corpi di uomini sfatti. Drogati, alcolizzati, accovacciati l’uno sull’altro. Alcuni dormivano, altri deliravano ubriachi. In quel mucchio c’erano soprattutto rom; non lontano, più isolati ma nelle stesse condizioni, c’era anche qualche uomo maghrebino attorno i trent’anni. Mi sorprendeva ancora l’apparente indifferenza di quei pochi francesi che passavano di lì, alcuni dei quali scavalcavano le gambe di quegli uomini stesi a terra.

Tornai a casa. Xavier non c’era e quella sera non sarebbe tornato. Era spesso via per lavoro. Pensai a quella zona della Guillotière, a quell’area circoscritta; pensai a quel denso nucleo di aggregazione di corpi distrutti che coincideva con il supermercato e con il retro della pensilina della fermata del tram di Rue Pasteur. Immaginai potessero esserci altri nuclei di aggregazione simili in quel quartiere.

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Fermata del tram di Rue Pasteur

Giovedì 12 giugno 2009. Non conoscevo ancora Lione, dato che i miei spostamenti in quella settimana andavano e venivano dall’università. Uscii dall’appartamento alle 8.00. Giunsi all’università verso le 8.40. Ripresi il tram alle 16.45. Scesi alla solita fermata di Rue Pasteur dove c’era un gruppetto di quattro giovani maghrebini che iniziarono a seguirmi urlandomi frasi che non capivo. Cominciai a correre e così anche loro. Voltando per Rue Montesquieu, cercai l’agenda con il codice,che da quel giorno imparai a memoria, per aprire il cancello d’ingresso del palazzo. Riuscii ad entrare sbattendo loro il cancello in faccia. Salii velocemente le scale ed aprii la porta dell’appartamento. Ero sola.Verso le 18.30 sentii la porta aprirsi; era Xavier. Mi chiese come stavo. Gli raccontai l’accaduto. Mi rispose che spesso succedevano queste cose e subito dopo mi disse che doveva preparare la valigia perché andava via qualche giorno.

Venerdì 13 giungo 2009. Mi svegliai pensando che, al ritorno dall’università, dovevo scendere ad una fermata diversa da quella di Rue Pasteur in modo da orientarmi nella città e non prendere più il tram alla solita fermata. Uscii di casa alla solita ora. Arrivai alla fermata e lì c’erano i soliti uomini ubriachi. Come sempre passai la giornata all’università. Rientrai verso le 17.30, decidendo di scendere due fermate prima del solito, ossia alla fermata Bachut – Mairie du 8tième in Avenue Berthelot. Camminai costeggiando il Rodano prima di girare in Rue Montesquieu. Una volta entrata nella via vidi un’auto seguirmi. Erano due ragazzi del gruppetto che il giorno prima mi inseguirono fino a casa. Mi sentii raggelare. Camminai velocemente lungo il marciapiede, mentre loro in macchina, con il finestrino abbassato e la musica a tutto volume, mi urlavano qualcosa. Dovevo attraversare la strada e quindi passare davanti a loro. Mentre attraversavo per raggiungere il cancello di ingresso del palazzo, accelerarono la macchina e tentarono di investirmi fermandosi a pochissimi centimetri da me. Spaventata corsi ad aprire il cancello, lasciandoli divertiti nell’auto in mezzo alla strada. Come afferma James Scott:

«Se le classi sociali prive di potere raramente possono permettersi il lusso di un’attività politica aperta ed organizzata, chi è afflitto può mettere in piedi una notevole varietà di modalità di resistenza, anche violenta, tra cui varie forme di delinquenza (rapine e spacci) e di bullismo nei confronti di chi loro percepiscono dalla parte del potere» (J. Scott, 1985: XV).

 La Guillotière: il paradosso della “realtà interessante”

Come scrive Francesco Remotti, la nozione di «abitare» è correlata ai corpi: «Ogni società è fatta di luoghi e di corpi, ovvero di corpi che […] abitano certi luoghi. […] corpi e luoghi rivendicano una loro evidente e innegabile fisicità». A questa frase aggiungerei che i corpi, oltre ad abitare luoghi, abitano soprattutto valori. Il corpo è un testo permanente sul quale si imprimono i segni di una specificità culturale e così facendo lo si connota costruendolo oppure distruggendolo. Attraverso quei corpi distrutti la Guillotière, vero e proprio laboratorio per lo studio dell’afflizione, contribuiva a mostrare in modo eclatante e doloroso i guasti di un modello d’integrazione. Analizzare i comportamenti violenti, anche solo sotto forma di minaccia, ed espressioni corporee distrutte significa anche analizzare indirettamente la natura stessa dei sistemi sociali, politici, economici, le loro dinamiche interne, i loro processi costitutivi e disgregativi (Ligi, 2009). Tentare di comprendere questo significa considerare quei corpi distrutti e quelle azioni violente come espressioni fisiche informate di relazioni sociali dinamiche. Letti in questo senso i comportamenti si fanno portavoce di un discorso su un habitus malsano subito.

Discutevo più volte, con molti francesi mentre ero a Lione, del quartiere della Guillotière perché riflettessero con me su quella realtà, o meglio sulla percezione che loro ed io avevamo di quella realtà. Sentivo ripetermi da molti di loro, soprattutto da quelli che frequentavo all’università, docenti compresi, che la Guillotière era “una realtà interessante”. Faticai per molto tempo a dare un senso a questa frase. Mi interrogavo quindi se c’era una mancanza, nelle mie categorie di comprensione, per cui non riuscivo a cogliere appieno ciò che vedevo. Cercavo di comprendere il senso di insicurezza che mi infondeva quel contesto tentando di leggervi il rischio di una possibile crisi. Ma se la Guillotière era una “realtà interessante”, perché molti francesi fingevano di non vedere ciò che succedeva in quelle vie? Quasi tutte le sere c’erano scontri tra bande rivali per il controllo degli spacci di droga sul territorio. Ai rumori di bottiglie rotte e alle frasi gridate in francese, che udivo sin dentro l’appartamento in cui vivevo, veniva messo fine dalle squadre della gendarmerie che tutte le sere arrivavano con le sirene accese. Quando scendevo in strada il giorno dopo, trovavo auto e cassonetti dell’immondizia bruciati. Era forse questa la “realtà interessante”?

Durante i mesi successivi del mio soggiorno a Lione compresi che i francesi attivavano tre atteggiamenti principali nei confronti della Guillotière. Un primo gruppo era costituito dai fautori di un relativismo culturale indifferente ai diritti fondamentali della persona che costruiva confini non porosi tra un “noi” e un “loro”; in sostanza era come se la cosa non li riguardasse in quanto “altra da sé”. Al massimo affermavano, con uguale indifferenza, che la Guillotière era “l’enfant terribledu Lyon”. Era un atteggiamento di assecondamento, tanto peccaminoso quanto apparentemente non violento, di un’oppressione basata sulla cancellazione rappresentazionale della memoria storica degli immigrati.

Altri consideravano esplicitamente quel quartiere come una discarica di corpi a cielo aperto (i rom) e un luogo di assoluta delinquenza non francese, ma soprattutto maghrebina, da estirpare con la forza e a cui rivolgersi con un profondo e violento odio. Questa considerazione si allaccia ad un discorso soprattutto socioeconomico più che culturale. Uno dei tanti aspetti di questo problema è l’inserimento della popolazione immigrata di Lione in un mercato illegale ancorato soprattutto sullo spaccio di droga. Sul piano simbolico, l’inserimento o meno in un legale mercato del lavoro rende lo scarto tra una rappresentazione di buon migrante, mansueto e malleabile oppure pericoloso, non controllabile ed ingovernabile.

E poi c’era la schiera, quella inizialmente a me più incomprensibile, che considerava la Guillotière una “realtà interessante” in riferimento soprattutto all’organizzazione di eventi culturali. Soprattutto con quest’ultima schiera, quando proponevo alcune considerazioni sullo stato degli immigrati, mi intimavano a considerare quel quartiere come loro.

Parafrasando Lévi-Strauss (Signorelli, 2011: 38) gli immigrati che vivevano nella Guillotère “erano buoni” per i lionesi per pensare sé stessi come progrediti, superiori, non delinquenti, cittadini onesti e civili; “erano buoni” per pensare ad una politica che adottasse provvedimenti repressivi e punitivi che colpisse indiscriminatamente tutti gli appartenenti ad una categoria o ad un’etnia. Inoltre “erano buoni” per pensare sé stessi come apparentemente privi di pregiudizi razziali.

Dopo alcuni mesi, molti dei miei interrogativi rimasti senza risposta mi spinsero a tracciare una breve storia della Guillotière per tentare un’interpretazione. Situata sulla riva sinistra del Rodano, in corrispondenza del primo ponte costruito sul fiume, la Guillotière fu la porta d’ingresso per l’arrivo di molti migranti soprattutto maghrebini, ma anche dall’Africa centro occidentale ed in seguito di rom. Nella Guillotière c’è una situazione di forte disagio e il patrimonio immobiliare è, in alcune parti del quartiere, in condizioni di degrado. Da circa dieci anni, ci sono stati alcuni tentativi di un processo di gentrificazione. Alcune associazioni hanno creato orti, aperto bar cooperativi che organizzano concerti, piccole mostre e promuovono la vendita di prodotti locali grazie al supporto finanziario della municipalità. Le vecchie associazioni culturali assieme a quelle nate negli ultimi anni, hanno presentato progetti per creare nella Guillotière una sorta di laboratorio di eventi culturali di quartiere. Secondo una logica di giustapposizione hanno quindi trovato luogo campi da gioco, orti con i relativi magazzini, tavoli di bar cooperativi, negozi biologici, gallerie d’arte, librerie e studi di grafica accanto a bar africani, sale da the, macellerie arabe, ristoranti indiani, alcune moschee ed edifici con grandi murales in attesa di essere abbattuti, di cui alcuni occupati da famiglie rom.

Dal 2010 la Grand Lyon, l’ente che governa l’agglomerazione urbana, promuove una riflessione continua – intesa dalla municipalità e dalle associazioni come una messa in opera della democrazia – per riorganizzare il quartiere dal punto di vista dello sfruttamento degli spazi. Con queste misure la Grand Lyon dichiara di impegnarsi a risanare un tessuto abitativo problematico. Ciononostante le associazioni difendono lo spirito originario del quartiere – attraverso retoriche sentimentali delle radici e della nostalgia – improntato sulla multiculturalità, sullo spontaneismo e, come dichiarano alcuni rappresentanti delle associazioni, su una certa dose di «indeterminatezza».

Le associazioni concepiscono la Giullotière come un terreno d’incontro e di scambio per i diversi gruppi sociali. In realtà i concetti di incontro e di scambio sono aprioristici alla situazione socioculturale del quartiere. I due fronti – gli immigrati da un lato e le associazioni dall’altro – convivono giustapposti e chiusi reciprocamente, accanto ad altre micro-giustapposizioni etniche che sono quelle già esistenti di bar africani, ristoranti indiani, macellerie arabe. Sulla base di quanto ho potuto osservare, si tratta di una convivenza data per prossimità piuttosto che per integrazione. Il giardino d’Amaranthes con i suoi orti, gestito da un’associazione, è esemplare a riguardo. Da un lato è stato chiuso da un recinto per evitare problemi di vandalismo. Dall’altro lo spirito di apertura dichiarato dall’associazione, che era auspicato anche nel bando di concorso del 2011 per la riprogettazione dell’isolato d’Amaranthes, è mantenuto sia attraverso l’organizzazione di eventi, sia per mezzo di una recinzione trasparente, che ingloba anche un piccolo luogo di sosta, unica panchina pubblica nel raggio di molti isolati. Il bando stesso solleva infatti la questione del contatto culturale attraverso uno spazio fruibile da ogni gruppo sociale e aperto all’appropriazione spontanea. L’immagine esplicita del bando è quella di “piazza villaggio”, intesa come luogo di ritrovo locale, un centro per la vita di quartiere, dove le persone possano riunirsi attorno a pratiche di giardinaggio e di agricoltura urbana. È facile immaginare come le famiglie rom, maghrebine e africane in generale, ossia la vera essenza del quartiere multietnico, non siano coinvolte nel progetto e nello spirito di integrazione che anima il bando, nato dalle intenzioni dell’amministrazione e dalla partecipazione delle associazioni e dei cittadini.

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Il giardino d’Amaranthes

Credo quindi che l’idea di “realtà interessante” di molti lionesi in relazione alla Guillotère si riferisca esclusivamente alla sperimentazione di costruire un nuovo spazio pubblico per i francesi, paradossalmente opposto all’ideale società multiculturale, inscrivibile in una qualche fantastica geografia dell’esotico, sostenuta da molti lionesi. Le misure sociopolitiche ed economiche promosse dalla municipalità, dalla Grand Lyon e dalle associazioni mettono in atto un tentativo etnocentrico di detribalizzazione, attraverso il quale rappresentano e costruiscono dei luoghi fruibili da e per i francesi. Ma come si pongono queste realtà quando incontrano quei corpi distrutti e quelle azioni di resistenza violenta da parte di persone che sono testimonianza di un riconoscimento umano negato, incorporato e saldato in luoghi concreti?

Dal settembre 2014 la municipalità di Lione ha costruito, all’altezza dell’entrata del Supermercato Casinò e della fermata del tram di Rue Pasteur, un’alta recinzione all’interno della quale circoscrivere i rom. Una sorta di fossa comune per corpi distrutti da una violenza strutturale, da una politica securitaria all’interno della Guillotière dove, qualche anno prima, erano stati approvati progetti di ristrutturazione sociale come riflesso di una «messa in opera della democrazia».

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Recinzione per circoscrivere i rom

Come una seconda pelle

È bene quindi problematizzare alcune questioni nel tentativo di fornire qualche idea di partenza per poter impostare nuovi ragionamenti. Vorrei per esempio riflettere su come il concetto di violenza strutturale – intesa come incorporazione individuale calata in una rete di processi storici che la connettono alle più ampie strutture di potere – possa essere applicato all’esempio etnografico della Guillotière e in particolare alla capacità del potere politico, economico e istituzionale di controllare la vita di determinate categorie di persone escludendole da una vita sociale significativa. Aldilà delle rappresentazioni dei lionesi con cui discutevo del contesto sociale nella Guillotière, i corpi ammassati gli uni sugli altri, distrutti dall’alcol e dalla droga, assieme ai comportamenti violenti, emergevano a criterio di realtà e a misura di verità. Essi diventavano metafora di una prima pelle della Guillotière configurandosi come quell’etnograficamente visibile (Farmer, 2006: 17) ma nascosto da una seconda pellecostruita dai cittadini lionesi, dalle associazioni e dalle istituzioni – costituita da una distorsione di significato che si fa portavoce di un oblio strutturato. Secondo Paul Farmer i gruppi dominanti danno luogo ad una complicità, qualche volta anche inconsapevole, di cancellazione della memoria storica, al fine di non rendere esplicite le vive reti di potere che irretiscono la miseria palesata dai corpi appassiti (Farmer: 2006, 25).

A questo presupposto si aggiunge il fatto che, sia i cittadini lionesi che le parti politiche coinvolte, sono saldamente ancorati all’idea che le culture degli immigrati sono “oggetti” compatti che formano identità “altre da sé”. Questa idea essenzialista e sostantivista delle culture come oggetti, impregnata spesso di etnocentrismo difensivo/aggressivo, ha ispirato e continua ad ispirare le politiche adottate per gestire le convivenze culturali (Signorelli, Miranda, 2011: 40) e riprodurre forme di disuguaglianza sociale ed economica. Inoltre questa idea essenzialista di “identità altre ed estranee da sé” giustifica politiche basate sulla forza per combattere forme di criminalizzazione della povertà. Ma se il potere si materializza attraverso la sua presa sulla vita, è proprio attorno alla politicizzazione invisibilmente violenta di quest’ultima che oggi vediamo una molteplicità di soggetti lottare, anche con conseguenze disastrose, per destabilizzare il potere, per tentare, con qualsiasi mezzo, di andare oltre la datità della situazione secondo valori, per riscattare sé stessi e il proprio gruppo sociale. Il cambiamento culturale è infatti spesso attivato da coloro, individui e gruppi, che all’interno di un certo sistema socioculturale sono i più svantaggiati e dunque i più interessati al cambiamento.

Cogliendo l’idea proposta da Amalia Signorelli, un buon costrutto teorico su cui costruire un dialogo e forme di convivenza, e quindi concentrare l’attenzione sulle relazioni piuttosto che sulle identità, è il concetto di domesticità utilizzabile di Ernesto de Martino che prende in considerazione l’economico da una prospettiva esistenziale e dal basso, ossia dalle persone che con l’economico hanno esistenzialmente a che fare ogni giorno. In questa prospettiva l’economico è l’orizzonte del domestico, della datità utilizzabile realizzata secondo un progetto comunitario dell’utilizzazione possibile (de Martino, 1977: 656), in cui fondare la presenza umana, ossia l’esserci nel mondo come soggetti di scelte e di decisioni.

Mi sembra che possa essere illuminante rileggere la questione della Guillotière, delle politiche di intervento della Grand Lyon e i progetti delle associazioni culturali lionesi precisamente come una questione unilaterale di domesticità utilizzabile del quartiere multietnico. Non esiste, nella realtà esaminata, la benché minima proposta di coinvolgimento degli immigrati per ricostruire, in suolo lionese, una “realtà interessante” anche per loro, dove concretizzare una sicurezza esistenziale di cui loro abbisognano e un orizzonte del domestico che riguardi, oltre che i cittadini nativi, anche i cittadini immigrati destinati invece a subire la brutale politica di integrazione di cui incorporano la nuda violenza.

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