Chi può e chi aspetta (2° parte)

Se un sistema o un sottosistema sociale si presenta come una rete di clientele, la maggior parte dei membri del sistema sociale condivideranno l’ideologia clientelare, senza cui il sistema non potrebbe funzionare come funziona. E se un membro del sistema dice: “qui non si fa niente senza raccomandazioni”, la sua espressione va intesa alla lettera perché egli probabilmente sta descrivendo la realtà sociale di cui è parte.

Osando andare oltre questa constatazione osservabile in qualsiasi azione pubblica e privata, in cui è impossibile che le opportunità si redistribuiscano tra i diversi attori cambiando le sorti della partita, è interessante cercare di capire la matrice culturale che crea il terreno fertile per un sistema così strutturato. La semplice osservazione mette in luce come il perpetuarsi di tale modalità culturale di stare nel mondo non presenta pressoché alcun tentativo di ribellione. Perché davanti all’onnipresenza e all’onnipotenza delle clientele all’interno delle relazioni, coloro che ne sono esclusi subiscono, per la maggior parte delle volte, lo schiacciamento senza reazione?

Opportuni strumenti di analisi per la comprensione delle dinamiche culturali dei rapporti clientelari, provengono da Ernesto de Martino ed in particolare dal concetto di destorificazione istituzionale tipica delle civiltà magico-religiose. La destorificazione istituzionale è l’insieme delle “tecniche vitali” destinate a “recuperare alla storia culturale umana i contenuti psichici traumatizzati” e al tempo stesso è un sistema di tecniche vitali intese a ridurre il numero e l’intensità dei nuovi possibili traumi. In definitiva spesso queste tecniche si consolidano sul piano operativo nella “risoluzione del divenire nell’iterazione dell’identico”. Vale a dire che per evitare ulteriori traumi e per curare quelli che si sono già verificati, la strada adottata è quella della ripetizione simbolica degli stessi comportamenti che hanno determinato la crisi. Essi, attraverso la ripetizione infinita, divengono familiari, meno dolorosi e persino gestibili sia a livello individuale che collettivo. È chiaro che la crisi della presenza si chiude in un cerchio senza via d’uscita.

Nella misura in cui il nostro andare oltre è minacciato dal rischio e dal trauma dell’insuccesso, il ripiegamento sull’identico e sulla sua ripetizione senza fine dovrebbero e potrebbero garantirci anche dalla crisi della presenza. Ma non è così. La destorificazione istituzionale, che basa il suo linguaggio simbolico nel mito della passione di Cristo che subisce senza reazione, produce una falsa coscienza o, come dice de Martino, una presenza inautentica, ossia una presenza passata che torna in modo servile e senza reazione. È un cattivo passato mitico che si ripropone nella realtà senza una soluzione possibile. Insomma è ciò che de Martino intende con “pigrizia etica” che induce alla naturalizzazione dei valori spirituali e all’incapacità di andare oltre una situazione data.

Tutti i giorni possiamo vedere come la stabilità e la riduzione delle dinamiche di mutamento sono possibili circoscrivendo e isolando il nuovo. Stabilità alla quale sono ovviamente interessati i ceti e le classi che si avvantaggiano dello status quo e che dunque favoriscono, per quanto è nelle loro possibilità (non piccole visto che sono le classi dominanti), la produzione di forme di falsa coscienza nei ceti o classi subalterni.

 

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