Chi può e chi aspetta (1° parte)

Ho impegnato gli ultimi anni della mia ricerca allo studio e alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali che hanno dato forma alla realtà culturale contemporanea in Italia. O meglio allo studio dei limiti della cultura dominante, in rapporto comunque alla crisi generale dell’Occidente, che ha determinato gravi spaccature sociali, economiche e politiche soprattutto a danno delle nuove classi subalterne, che non per forza sono tali solo sotto il profilo economico ed educativo. Insomma gli ultimi anni della mia ricerca si sono rivolti soprattutto allo studio della crisi dei valori contemporanei e alle possibili e molteplici linee di sviluppo per trascendere la datità storica presente attraverso una pluralità di sviluppi culturali e valoriali di varia provenienza. La ricerca su questo argomento e il tentativo di darne una spiegazione, partono sempre da un’analisi storica del fenomeno.

Dopo più di trent’anni dalla pubblicazione del libro dell’antropologa Amalia Signorelli “Chi può e chi aspetta. Giovani e clientelismo in un’area intera del Mezzogiorno” (1983, Liguori Editore), l’autopercezione delle persone che ho avuto modo di intervistare in questi anni, coincide ancora esattamente con il titolo della ricerca della studiosa. In sostanza è ancora frequente, in forma quasi onnicomprensiva, la valutazione sociale di una dicotomia tra “coloro che possono e coloro che aspettano”. Chi può ha la connessione giusta, la raccomandazione, le conoscenze, il protettore che può essere il politico, il manager, il professore universitario, e per questa via “si sistema”. L’aggancio non concerne solo la ricerca di un lavoro, ma riguarda praticamente ogni rapporto che ricade nella sfera pubblica: dalla possibilità di evitare di fare la fila all’ufficio postale o all’ambulatorio dell’U.L.S., oppure passare davanti ad altri pazienti se si ha un medico in famiglia, fino a vincere un concorso o una borsa di studio, dall’assunzione in un ente pubblico, alla concessione di una licenza edilizia o commerciale, al finanziamento di una società sportiva, fino all’inclusione del nome del Sig. tal dei tali nella graduatoria. Niente di tutto ciò può essere ottenuto senza quella spinta giusta.

Soprattutto a partire dagli anni Cinquanta i rapporti clientelari hanno avuto, e continuano ad avere, un ruolo importante nella ristrutturazione e nella gestione della società italiana. Le relazioni per ottenere favori sono assai diverse. Tuttavia appartengono ad un’area omogenea di comportamenti sociali:

  • una caratteristica comune a questi comportamenti s’individua nell’uso di risorse e di strutture pubbliche a fini privati; ma può esserci anche l’uso di relazioni private (parentela, amicizia, “sodalità” di vario tipo) come risorse per produrre decisioni e comportamenti efficaci nella sfera pubblica.
  • Tutti questi episodi sono accomunati dal fatto di contenere una modalità della relazione pubblico/privato specifica e distinta da altre modalità possibili. La caratteristica è l’onnipresenza e l’onnipervasività di questo tipo di relazione.

Chi aspetta sono invece tutti coloro che sono esclusi dalla rete. Tra questi ultimi si è rivolta la scelta di selezionare le persone da intervistare nella mia analisi. La maggior parte di loro è altamente scolarizzata ma anche disoccupata o occupata con mansioni di molto inferiori rispetto al loro livello di istruzione. Questo aspetto rappresenta una tragedia presente ovunque a livello nazionale, con percentuali leggermente inferiori in certe zone del nord Italia.

In generale la clientela è una struttura o una configurazione con funzione di mediazione che emerge e diviene operante quando una società tradizionale, tradizionalmente strutturata da relazioni personalistiche polivalenti e polifuzionali, viene incapsulata in un organismo statale moderno, orientato universalisticamente, burocratizzato, razionalizzato. La struttura di mediazione clientelare assume forme non omologabili che vanno dalla piccola intermediazione individuale, alla clientela tradizionale (patronage) o alla clientela del tipo macchina da partito, al gruppo di pressione, al gruppo di pressione violenta, fino alla mafia e alla camorra e all’intermediazione ad altissimi livelli.

All’interno di questo contesto generalizzato, un costume tipicamente italiano è invece uno schema in cui, lungi dall’essere assorbiti nella più vasta struttura centralizzata e burocratizzata, i sottoinsiemi clientelari, che dovrebbero rappresentare la struttura incapsulata, sembrano essersi rovesciati ed espansi attraverso le relazioni di mediazione, sulla struttura incapsulante, fino a modificarne sostanzialmente quei caratteri di universalità, razionalità e centralizzazione che avrebbero dovuto contraddistinguerla.

All’interno di questa cornice la maggior parte delle persone non è semplicemente consenziente solo per necessità nei confronti della struttura mediatrice, ma è invasa e modellata da essa e, per suo mezzo, sostanzialmente integrata nel sistema generale. All’interno di questo contesto ciò che conta sono i rapporti tra persone e la percezione della società che se ne trae è quella di una piramide a gradini su cui ci si può arrampicare con più o meno fortuna, ma sotto la minaccia costante di essere respinti giù da chi sta sopra che bisogna perciò propiziare e rendere tollerante.

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