
Da circa un decennio, il governo della Groenlandia ha espresso l’intenzione di aumentare gli investimenti nelle attività di esplorazione geologica finalizzate allo sfruttamento delle risorse naturali. Questa volontà si è intrecciata con le aspirazioni di indipendenza del Paese e la Strategia Mineraria del governo groenlandese che ha individuato nel settore estrattivo uno dei pilastri fondamentali della futura economia nazionale (Nuttall 2016). Questa linea politica ha favorito l’interesse e il coinvolgimento di compagnie energetiche e minerarie internazionali, incoraggiate a valutare il potenziale di questo territorio autonomo del Regno di Danimarca come futura fonte rilevante di minerali e idrocarburi per l’economia globale (Thorning et al. 2020).
La Groenlandia è un territorio molto esteso, con una superficie superiore ai due milioni di chilometri quadrati. Nonostante gran parte del Paese sia coperta dai ghiacci, il cambiamento climatico li ha ridotti drasticamente. Questo processo ha contribuito a riconsiderare la Groenlandia da ambiente estremo e poco favorevole alle esplorazioni geologiche a uno spazio potenzialmente destinato allo sviluppo di attività minerarie (Christiansen 2022). Tale slittamento di rappresentazione è stato progressivamente sostenuto da narrazioni che hanno iniziato a supportare interventi tecnologici presentati come mezzi capaci di rendere sfruttabile un ambiente precedentemente ritenuto inospitale (Armano 2023).

Area costiera della Groenlandia
Attualmente, le aree costiere prive di copertura glaciale superano i 400.000 km², un’estensione comparabile a quella della Svezia e leggermente superiore a quella della Norvegia e a quella della Germania (Weihed 2022). L’espansione delle attività minerarie è tuttavia oggetto di un ampio dibattito politico e sociale in Groenlandia. I temi più dibattuti riguardano l’assenza di un’adeguata partecipazione e consultazione pubblica nei processi decisionali e normativi, le preoccupazioni circa gli effetti delle industrie estrattive sulle attività di caccia e pesca locali, le carenze delle valutazioni di impatto sociale e ambientale e il possibile afflusso di diverse migliaia di lavoratori stranieri occupati nelle fasi di costruzione e gestione di megaprogetti (Nuttall 2015).
Nonostante una storia geologica complessa che risale a miliardi di anni fa, in Groenlandia i casi di sfruttamento minerario di successo sono stati limitati. A differenza di altri Paesi nordici come Finlandia, Norvegia, Svezia o Canada, la Groenlandia non ha mai sviluppato un’industria mineraria stabile e continuativa (Weihed 2022). Questa discontinuità ha reso difficili gli investimenti, anche a causa della scarsità di manodopera qualificata, della limitata esperienza del sistema politico nella gestione del settore e dell’incertezza economica che caratterizza i progetti minerari nel lungo periodo (Christiansen 2022). Nel corso del tempo, numerose imprese vennero avviate e successivamente chiuse, restando attive in Groenlandia per pochi anni, prima di spostare le proprie attività in altri contesti (Andersson et al. 2018).

Pesca sul ghiaccio, attività di sussistenza tradizionali
Negli ultimi decenni, l’esplorazione mineraria è stata portata avanti principalmente da un elevato numero di società minerarie cosiddette junior, caratterizzate da una limitata capacità finanziaria e da una costante dipendenza dalla raccolta di capitali esterni. Il loro modello operativo consiste nell’acquisire o individuare un progetto estrattivo, reperire fondi per le prime fasi di esplorazione, svilupparne il potenziale per aumentarne l’attrattività e raccogliere ulteriori finanziamenti. Qualora venga dimostrata la presenza di riserve significative o si verifichi un aumento favorevole dei prezzi delle materie prime al momento del rilascio delle licenze, il progetto viene ceduto a imprese di maggiori dimensioni, dotate delle risorse finanziarie e operative necessarie per avviare l’attività estrattiva su scala industriale (Christiansen 2011).
Questo modello esplorativo, unito alla forte dipendenza dai mercati finanziari globali, contribuisce a contestualizzare il rinnovato interesse internazionale per la Groenlandia emerso, negli ultimi mesi, anche a seguito delle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quest’ultimo ha infatti riportato l’isola al centro del dibattito internazionale unendo la sua potenzialità nel settore dell’estrazione delle risorse naturali all’approvvigionamento di materie prime critiche e alle questioni sulla sicurezza per contenere l’influenza di Russia e Cina nell’Artico. Pur non traducendosi in modifiche immediate della governance mineraria groenlandese, questo rinnovato interesse evidenzia come le attività di esplorazione mineraria siano inserite in dinamiche politiche e simboliche che vanno oltre le valutazioni tecniche ed economiche (Urbani Grecchi 2025). L’inclusione della Groenlandia nelle competizioni internazionali per l’accesso alle risorse tende infatti a ridefinire il significato del territorio, trasformandolo in un oggetto di proiezioni esterne che possono entrare in tensione con le priorità e le prospettive locali. In questo senso, la corsa alle risorse minerarie solleva questioni rilevanti sui rapporti di potere tra attori globali e istituzioni locali, sui processi decisionali e sulle implicazioni sociali e culturali di modelli di sviluppo fortemente orientati al mercato globale (Kuzemko et al. 2025).
Prima di affrontare i più recenti interessi verso lo sfruttamento estrattivo in Groenlandia, è utile ripercorrere brevemente la storia delle esplorazioni geologiche nel Paese. Questo inquadramento è importante per comprendere come gli attuali interessi strategici e minerari si siano sviluppati nel tempo, mettendo in luce continuità e discontinuità nel rapporto tra il territorio e gli attori esterni.

Compagnie minerarie junior in Groenlandia
Panoramica delle esplorazioni minerarie in Groenlandia
Le prime revisioni moderne capaci di offrire una panoramica generale delle riserve minerarie dell’isola, furono realizzate da Nielsen (1976). Questi lavori, insieme a studi geologici più generali, che includono osservazioni sulla geologia economica (Henriksen, 2015; Christiansen 2022), forniscono un quadro utile per comprendere la storia dell’esplorazione mineraria e il potenziale delle risorse della Groenlandia.
A partire dai primi anni del Novecento, l’attività estrattiva si concentrò principalmente attorno alla miniera di criolite di Ivittuut. Già attiva dalla seconda metà del XIX secolo, la miniera rimase il fulcro dell’estrazione mineraria anche nella prima parte del secolo successivo, grazie all’importanza della criolite per l’industria metallurgica, mantenendo un ruolo centrale fino alla chiusura delle attività negli anni Ottanta del Novecento. Parallelamente, nel periodo compreso tra il 1905 e il 1914, vennero effettuati tentativi di sfruttamento di depositi di rame nella miniera di Josva Copper Mine nel sud della Groenlandia, ma questi si rivelarono insostenibili a causa della tecnologia limitata dell’epoca, delle incertezze sulle riserve e di difficoltà logistiche che portarono all’abbandono delle operazioni. A causa delle vaste dimensioni e della posizione remota della Groenlandia, nel periodo antecedente la Prima Guerra Mondiale, le attività di mappatura e ricerca geologica erano limitate e frammentarie, così come le esplorazioni e le estrazioni minerarie, che si concentravano solo in alcune aree costiere facilmente accessibili (Henriksen, 2015). Nel 1915 fu avviata anche l’estrazione di grafite nella miniera di Amitsoq, che rimase attiva fino al 1924, nonostante la sua produzione fosse modesta. Nel corso del secolo l’attività estrattiva fu caratterizzata da fasi intermittenti. Alcuni giacimenti, come quelli di piombo e zinco, furono più a lungo sfruttati in periodi diversi, mentre altri tentativi di sviluppo minerario rimasero a lungo in stallo (Christiansen 2011).
Nel corso del 1900, gli esempi di esplorazione canadese (nel Mare del Labrador, nello Stretto di Davis, nella Baia di Baffin o nello Stretto di Nares a nord) influenzarono le attività esplorative in Groenlandia e, in alcuni casi, incrementarono persino investimenti nell’esplorazione in partnership con aziende nordamericane che richiesero le licenze (Christiansen 2022). La forte crescita dell’industria diamantifera canadese iniziata negli anni Novanta del Novecento con la scoperta di depositi di diamanti e l’apertura delle miniere Ekati (operativa dal 1998) e Diavik (dal 2003) nel Lac de Gras (Armano 2023), stimolò un ulteriore boom esplorativo di diamanti anche nella Groenlandia occidentale. Questo incremento di interesse venne sostenuto da molte aziende minerarie provenienti dal Canada, dall’Australia, ma anche dalla Danimarca e dalla Groenlandia stessa, che condussero ulteriori esplorazioni geologiche attraverso diverse forme di collaborazione e joint venture con partner internazionali. Nel 1998 Citation Resources Inc., una società junior canadese, avviò campagne geofisiche e perforazioni per kimberliti in collaborazione con Dia Met Minerals Ltd. e altre imprese attive sul territorio (p.es., Monopros Ltd., Aber Resources Ltd. e Cantex Mine Development Corp.) (Northern Miner Staff 26 ottobre 1998). Più recentemente, nel 2020, un esempio significativo di partnership fu quello tra Amaroq Ltd. e ACAM LP/GCAM LP, che portò alla costituzione della joint venture Gardaq A/S per esplorare minerali strategici come rame, nichel e terre rare nel Southern Greenland Copper Belt (Amaroq Minerals Ltd. 13 aprile, 2023).
Questi esempi di cooperazione multipartner riflettono una trasformazione più ampia delle modalità economiche legate alle attività minerarie in Groenlandia a partire dalla fine del Novecento. L’ingresso di società junior canadesi e la costruzione di partnership flessibili tra attori diversi rispondevano alla necessità di distribuire il rischio finanziario associato alle attività esplorative in contesti geograficamente remoti e ambientalmente complessi. Dal punto di vista economico, queste configurazioni favorivano una logica di progetto estrattivo articolata in fasi successive (esplorazione, valutazione e dismissione o scalabilità) in cui il valore non dipendeva unicamente dall’estrazione finale. Esso si generava anche attraverso la produzione di dati geologici, licenze e diritti minerari, che potevano essere scambiati nei mercati globali delle risorse. In questa prospettiva, il sottosuolo della Groenlandia veniva concepito come un asset finanziario prima ancora che come materia prima, anticipando la valorizzazione economica del territorio (Thorning et al. 2020)
Su un piano più propriamente antropologico, queste pratiche contribuirono a ridefinire la relazione tra territorio, risorse e attori interni ed esterni. La cooperazione tra imprese internazionali portava con sé specifici regimi di sapere, standard tecnici e immaginari dell’estrazione che si sovrapponevano alle economie locali e alle concezioni indigene del paesaggio (Armano 2022). Allo stesso tempo, la crescente attenzione verso minerali strategici come rame, nichel e, più recentemente, terre rare ha cominciato a mettere in luce un mutamento culturale più ampio, legato alla transizione energetica e digitale, che rilegittima l’estrazione come attività “necessaria” per la sostenibilità globale, pur riproducendo asimmetrie storiche tra centri decisionali e territori di approvvigionamento.
Accanto a queste dinamiche geologiche e imprenditoriali guidate dalle società minerarie, emerge un interesse geopolitico altrettanto significativo, che lega le attività estrattive alla posizione dell’isola e al ruolo storico degli Stati Uniti in Groenlandia. Tale interesse si sviluppa lungo un arco storico di oltre un secolo e si intreccia con le dinamiche strategiche e militari globali. Già nel XIX secolo, a seguito dell’acquisto dell’Alaska, funzionari americani considerarono l’ipotesi di acquisire l’isola per la sua posizione strategica e le risorse naturali, sebbene tali piani non abbiano avuto esito concreto. Nel corso del XX secolo, la Groenlandia assunse un ruolo centrale nella strategia di sicurezza americana. Durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo l’occupazione tedesca della Danimarca nel 1940, gli Stati Uniti ottennero il permesso di costruire basi militari sull’isola, consolidando una presenza permanente.
Nel 1951, il Patto di difesa tra Stati Uniti e Danimarca formalizzò l’accesso americano nell’isola, consentendo la costruzione della Thule Air Base (oggi Pituffik Space Base) che ancora oggi costituisce un nodo chiave per la sorveglianza e l’allerta missilistica nell’Artico (Britannica, 2026). Dopo la Guerra Fredda, l’interesse statunitense ebbe un temporaneo ridimensionamento, che riemerse negli ultimi anni in risposta alla competizione geopolitica nell’Artico, al cambiamento climatico e al potenziale delle risorse naturali. Nel 2019 e nel 2020, il presidente Donald Trump rilanciò pubblicamente l’idea di rafforzare l’influenza americana sulla Groenlandia, richiamando l’attenzione sulla sicurezza, sulla geopolitica e sulle risorse strategiche (Khan 2026). Questo quadro storico evidenzia come la Groenlandia rappresenti da tempo un territorio strategico, la cui rilevanza contemporanea non può essere compresa senza considerare le radici storiche dell’interesse statunitense.

La maledizione delle risorse e regimi estrattivi in Groenlandia
Il concetto di ‘maledizione delle risorse’ (resource curse) è stato introdotto originariamente nell’economia politica per descrivere la paradossale situazione in cui Paesi ricchi di risorse naturali mostrano spesso situazioni economiche e sociali peggiori rispetto a Stati con disponibilità di materie prime non rinnovabili più limitate (Auty 1993; Sachs, Warner 1995). Sebbene nato in un contesto macroeconomico, questo concetto è stato progressivamente utilizzato da studiosi che si sono specializzati nell’ambito di ricerca dell’antropologia mineraria (Gilberthorpe, Rajak 2017) e si sono concentrati non solo sugli effetti economici ma anche sulle dinamiche sociali, culturali e politiche connesse all’estrazione (Kirsch 2014; Bebbington 2013). In antropologia, il concetto di maledizione delle risorse viene quindi adottato come una lente critica per comprendere come l’estrazione mineraria possa produrre forme di dipendenza strutturale, ridurre l’autonomia locale e perpetuare rapporti di potere asimmetrici tra attori esterni (p. es. aziende multinazionali) e comunità locali.
In questo senso, la maledizione delle risorse non riguarda solo il sottosviluppo economico, ma anche la riproduzione di relazioni coloniali e neo-coloniali, in cui il territorio e le risorse naturali rimangono sotto controllo esterno e le decisioni strategiche restano per lo più estranee alle popolazioni locali (Tsing 2005; Bridge 2009). Applicata alla questione attuale della Groenlandia questa prospettiva permette di leggere l’estrazione mineraria non come semplice attività economica, ma come dispositivo politico e culturale che integra interessi strategici, dinamiche di governance e immaginari sullo sviluppo in continuità con la storia di dipendenza e di influenza esterna sull’isola.

Forbes riporta notizie sull’espansione degli Usa in Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale
Per analizzare l’attuale dibattito pubblico e politico sull’interesse degli Stati Uniti verso la Groenlandia, sono state analizzate diverse fonti giornalistiche internazionali tra cui: Sky News/Yahoo News UK che documenta le esternazioni di Trump in cui afferma che gli USA “faranno qualcosa” riguardo alla Groenlandia e non escludono opzioni dure se le trattative falliscono (Hutzler 2026). Analogamente, Forbes riporta le stesse dichiarazioni sottolineando come questa retorica sia stata accompagnata da considerazioni sulla sicurezza nazionale (Pequeño IV 2026). Reuters collega l’interesse strategico alle risorse naturali emergenti dell’isola (Reuters 2026), mentre PBS NewsHour descrive la ferma opposizione dei leader groenlandesi all’idea di un controllo esterno (PBS NewsHour/AP 2026). Infine, Euronews segnala che una larga maggioranza della popolazione dell’isola si oppone all’annessione agli Stati Uniti (Euronews 2025).
Queste fonti, unite a riflessioni di natura antropologica, forniscono una base per leggere le affermazioni di Donald Trump non solo come dichiarazioni politiche isolate, ma come parte di un discorso mediatico globale che intreccia interessi estrattivi, strategici e narrative di sovranità. Come evidenziano Stuart Kirsch (2014) e Anthony Bebbington (2013), l’estrattivismo genera e riorganizza continuamente relazioni di potere tra attori locali e globali. In questa prospettiva, le dichiarazioni di Donald Trump sul controllo della Groenlandia, presentate come questione di sicurezza nazionale e di accesso a minerali strategici e terre rare, mostrano come le risorse vengano mobilitate come leve geopolitiche. L’opposizione espressa dai leader e da parte della popolazione della Groenlandia segnala inoltre come la proposta statunitense venga interpretata non solo come iniziativa politica, ma come possibile intrusione esterna che richiama dinamiche coloniali. In linea con le analisi di Anna Tsing (2005) e Gavin Bridge (2009), il controllo delle risorse tende a trasformare territori e popolazioni in oggetti strategici di interesse, in cui gli individui non sono riconosciuti come soggetti dotati di autonomia politica e capacità decisionale. In questo senso, il conflitto non riguarda solo le risorse, ma il potere di definire chi decide sul loro uso e a quali condizioni.
L’interesse di Donald Trump per le risorse strategiche della Groenlandia, oltre ad attirare pressioni e interventi esterni, complicando la governance e potenzialmente riducendo i margini di autonomia locale, contribuisce a costruire nuove narrazioni servendosi della copertura mediatica in cui la Groenlandia viene presentata come territorio strategico. Questo processo discorsivo non è neutrale in quanto trasforma dichiarazioni politiche in cornici interpretative che normalizzano l’idea dell’estrattivismo come interesse legittimo e inevitabile, influenzando il modo in cui risorse, sovranità e sviluppo vengono pubblicamente compresi.
Conclusioni
L’analisi delle dinamiche estrattive in Groenlandia, alla luce sia della letteratura accademica sia delle recenti fonti giornalistiche, mostra come le risorse naturali possano diventare leve geopolitiche e strumenti di potere oltre che beni economici. Le dichiarazioni di Donald Trump e le iniziative politiche ad esse collegate non rappresentano episodi isolati, ma si inseriscono in una continuità storica di interesse strategico sullo sfruttamento delle risorse, riconducibile a schemi di controllo neo‑coloniale.
Le riflessioni emerse nell’ambito dell’antropologia mineraria unite alle fonti giornalistiche e l’uso del concetto di maledizione delle risorse consentono di leggere l’abbondanza di minerali strategici in Groenlandia come elemento che attrae interventi esterni, genera tensioni politiche e limita l’autonomia delle comunità locali costruendo forme di controllo culturale e vincoli strutturali sul territorio. La Groenlandia si configura pertanto come un laboratorio contemporaneo di estrattivismo globale, dove interessi economici, sicurezza nazionale e percezioni mediatiche interagiscono in modo complesso e dove la narrazione pubblica gioca un ruolo chiave nel costruire simbolicamente il territorio come contesto strategico.
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