Grammatiche di sovranità e politiche del rifiuto: il contributo critico di Audra Simpson

Negli ultimi decenni, un numero crescente di studiosi indigeni nordamericani ha contribuito a sviluppare riflessioni teoriche critiche a cavallo tra antropologia, studi indigeni, indagini postcoloniali e teorie decoloniali. Questi autori, spesso inseriti in contesti accademici tradizionali, articolano riflessioni teoriche e ricerche che mettono in discussione costrutti concettuali consolidati e gerarchie di sapere tipiche della disciplina antropologica. Al centro delle loro analisi vi è l’idea che le comunità indigene siano soggetti politici ed epistemici, capaci di produrre conoscenza e di ridefinire concetti chiave come sovranità, cittadinanza, identità e riconoscimento. Tra questi autori, figure come Glen Coulthard, Gerald Vizenor, Leanne Betasamosake Simpson, Roxanne Dunbar-Ortiz, Andrea Smith e Audra Simpson promuovono forme di resistenza epistemica interrogando il ruolo dello Stato, delle istituzioni accademiche e delle pratiche di ricerca nel rappresentare le comunità indigene.

All’interno di questo panorama teorico, la riflessione di Glen Coulthard offre un esempio emblematico di come la critica indigena alla politica del riconoscimento possa articolarsi sia sul piano concettuale sia su quello pratico, spostando l’attenzione dalle negoziazioni istituzionali alle forme quotidiane di sovranità e autodeterminazione. Glen Coulthard, membro della comunità Dene in Canada, propone una critica radicale alla cosiddetta politica del riconoscimento dello Stato nei confronti dei popoli indigeni. Nel suo Red Skin, White Masks (2014), Coulthard sostiene che il riconoscimento statale mantenga relazioni di potere coloniale e limita la sovranità indigena. Egli propone invece di concepire tale sovranità come pratica radicata nei legami con il territorio e con la comunità.

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Gerald Vizenor (1934‑2015) è stato un altro studioso tra i più influenti degli studi indigeni nordamericani. Apparteneva alla comunità Anishinaabe (Minnesota, USA). Era scrittore, poeta e saggista ed elaborò riflessioni critiche sulla narrativa indigena, sulla rappresentazione culturale indigena e sulla costruzione dell’identità nei contesti coloniali. La sua produzione teorica e letteraria ruota intorno al concetto di survivance (Vizenor 1999), termine che descrive la resistenza culturale delle popolazioni indigene al di là della semplice sopravvivenza. Con questo concetto, Vizenor sottolineava il rifiuto di narrazioni dominanti che presentano i popoli indigeni come vittime passive della storia coloniale, sottolineando invece la loro capacità di creare nuove forme di identità, narrazione e autonomia culturale. Le sue riflessioni combinavano critica letteraria, teoria politica e narrazione creativa, contribuendo a ridefinire le modalità con cui gli studiosi e il pubblico comprendono la continuità e la trasformazione delle culture indigene negli Stati Uniti e in Canada.

Leanne Betasamosake Simpson è una studiosa, scrittrice e musicista indigena della comunità Michi Saagiig Nishnaabeg (Canada). Il suo lavoro combina teoria indigena e attivismo concentrandosi su temi come sovranità, autodeterminazione e pratiche culturali contemporanee. La studiosa critica le forme di colonizzazione continua e propone approcci di ricerca e conoscenza basati sulle relazioni comunitarie, sul territorio e sulle tradizioni indigeneNei suoi scritti, tra cui Dancing on Our Turtle’s Back (2011) e As We Have Always Done (2017), sviluppa riflessioni su decolonial storytelling, resistenza culturale e pratiche di land-based education, sottolineando come la produzione di conoscenza indigena sia intrinsecamente politica ed epistemicamente autonoma.

Roxanne Dunbar-Ortiz è invece storica, attivista e teorica indigena statunitense, appartenente alla comunità Yankton Sioux. Il suo lavoro si concentra su storia coloniale, sovranità indigena e resistenza politica negli Stati Uniti. Nel suo libro più noto, An Indigenous Peoples’ History of the United States (2014), Dunbar-Ortiz offre un’analisi critica che mette al centro le esperienze e le lotte dei popoli indigeni, sfidando la versione tradizionale della storia americana. La sua ricerca collega teoria politica e attivismo, evidenziando come pratiche coloniali continuino a modellare le disuguaglianze strutturali. Anche lei promuove pratiche di resistenza, autodeterminazione e rinnovamento culturale come strumenti di sovranità indigena.

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Andrea Smith è una studiosa, attivista e teorica indigena statunitense della comunità Cherokee. Il suo lavoro attraversa studi di genere, violenza coloniale e studi sulle relazioni razziali e di potere negli Stati Uniti. Smith ha contribuito a sviluppare concetti chiave come sovereignty and survival con cui mette in luce le intersezioni tra sessualità, violenza strutturale e colonialismo. Nei suoi scritti, tra cui Conquest: Sexual Violence and American Indian Genocide (2005), Smith sostiene che la violenza sessuale contro le donne indigene non possa essere separata dal contesto storico del colonialismo e della distruzione culturale e propone una visione critica che integra femminismo, teoria decoloniale e attivismo politico. Il suo lavoro mette in luce come le pratiche istituzionali e legali dello Stato statunitense abbiano storicamente limitato la sovranità indigena e promuove approcci di ricerca che riconoscano le comunità native come soggetti attivi nella definizione delle proprie strategie di autodeterminazione e autogoverno.

Questo articolo si focalizza però sul lavoro teorico di Audra Simpson, antropologa politica indigena la cui prospettiva apre alla comprensione dei percorsi di decostruzione epistemologica e metodologica su cui la disciplina antropologica costruisce le sue riflessioni. Simpson è docente presso il Dipartimento di antropologia della Columbia University e appartiene alla comunità indigena Kahnawà:ke situata nel sud-est del Québec. Il focus della sua ricerca riguarda principalmente il colonialismo, la sovranità indigena e pratiche di cittadinanza e politiche indigene negli Stati Uniti e in Canada. Ha conseguito il PhD in antropologia presso la McGill University nel 2004, con una tesi sulle narrazioni di identità dei Mohawk di Kahnawà:ke, ossia dei popoli che vivono nella Confederazione Haudenosaunee. Queste comunità abitavano la regione dei Grandi Laghi e della valle del fiume Saint Lawrence, tra l’attuale New York e il Québec, ma durante il XIX secolo i Mohawk si stabilirono definitivamente sulla riva sud del fiume Saint Lawrence, vicino a Montréal, creando quella che oggi è la riserva di Kahnawà:ke.

Nella sua tesi di dottorato, Simpson elabora un approccio critico al concetto di cittadinanza indigena e allo status di minoranza nei contesti coloniali. La sua opera più nota è intitolata Mohawk Interruptus: Political Life Across the Borders of Settler States (2014) ed è stata riconosciuta con numerosi premi accademici fra cui il “Best First Book” della Native American and Indigenous Studies Association, il Sharon Stephens Prize e il Lora Romero Award. In questo lavoro propone una critica radicale al paradigma del riconoscimento indigeno. Da qui emerge la sua teorizzazione critica che costituisce un fil rouge nelle sue analisi. Simpson sostiene che la sovranità indigena possa manifestarsi come refusal, ossia come rifiuto della cittadinanza statale e delle sue legittimazioni e non solo come ricerca di riconoscimento istituzionale. Con tali affermazioni contribuisce, al tempo stesso, ad un dibattito teorico più ampio. Con il volume da lei co-curato Theorizing Native Studies (Simpson & Smith 2014), Simpson promuove infatti la necessità di riconoscere le comunità indigene come soggetti teorici capaci di definire categorie di sovranità, cittadinanza e identità secondo logiche interne, in dialogo critico con discipline come antropologia, studi postcoloniali, studi di genere.

In questo contesto, Simpson adotta una posizione particolarmente critica verso l’antropologia, invitando gli antropologi a riflettere sulle loro pratiche epistemiche e metodologiche. Nel mettere in luce come lo studio delle comunità indigene può rischiare di ridurle a oggetti di analisi piuttosto che riconoscerle come soggetti politici, Simpson concepisce il concetto di ethnographic refusal per evidenziare come le comunità indigene possano rifiutare di partecipare a progetti di ricerca esterni percepiti come invasivi o non rispettosi della loro sovranità, imponendo così limiti etici e metodologici agli studiosi.

In questo paper voglio concentrarmi sull’analisi dei concetti, elaborati dalla studiosa, di refusal, ethnographic refusal e di nested sovereignty al fine di problematizzare una postura metodologica che invita l’antropologo a non rendere automaticamente pubbliche tutte le conoscenze raccolte e a riconoscere la sovranità informativa delle comunità indigene quando si trova a lavorare in contesti etnografici nordamericani. Attraverso questi concetti chiave, l’articolo mira a mettere in luce la critica di Simpson alle politiche del riconoscimento e alle logiche statali di gestione dell’indigenità, evidenziando come la sua teoria proponga un ripensamento radicale del rapporto tra colonialità, conoscenza e autodeterminazione. 

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Refusal

Il colonialismo continua ad operare in svariati modi sia dal punto di vista discorsivo che materiale all’interno delle istituzioni, della politica, dell’economia e, in generale, nella vita di tutti i giorni. Esistono numerosi studi che affrontano tali questioni in vari contesti post-coloniali all’interno di settori produttivi, come l’industria estrattiva (Armano 2023; Hall 2015, 2022), in relazione a prese di posizione politiche (Moreton-Robinson 2009) o in rapporto alla gestione della salute (Gurven et al. 2024). Il fil rouge che unisce queste ricerche pone l’attenzione alle modalità di regimi di sovranità che, attraverso varie strategie, mirano a disciplinare le popolazioni indigene nel diventare “bravi cittadini” all’interno di uno Stato coloniale. Soprattutto i teorici critici sono da tempo solidali con le lotte delle popolazioni indigene, tanto da riconoscerle come espressione di una modalità critica di porsi nel mondo (Nichols 2020).

Audra Simpson si allinea a tale visione, ricostruendo il concetto di espropriazione come mezzo per spiegare come le mutevoli configurazioni di diritto, proprietà e razza abbiano funzionato come modalità di governance, sia nel passato che nel presente. Partendo da tali premesse, in Mohawk Interruptus: Political Life Across the Borders of Settler States(2014) Simpson introduce e articola compiutamente il concetto di refusal. Attraverso un’etnografia politica dei Mohawk di Kahnawà:ke, Simpson mostra come la loro vita quotidiana sia attraversata da un esercizio costante di rifiuto attivo rispetto alle pretese dello Stato canadese. Tale posizione si concretizza nei confronti delle politiche di appartenenza imposte dall’esterno, nel rifiuto della cooperazione con gli apparati burocratici, nel rifiuto di rendere la propria identità trasparente ai fini del riconoscimento statale. In questo libro, il rifiuto non è descritto come opposizione passiva, ma come espressione concreta di sovranità. Attraverso casi etnografici, Simpson mostra come questo rifiuto metta in crisi le narrazioni coloniali di appartenenza. 

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Ethnographic refusal 

Sebbene il concetto di ethnographic refusal sia meno centrale in Mohawk Interruptus: Political Life Across the Borders of Settler Statesche nei suoi saggi, Simpson pratica essa stessa un’etnografia del limite, scegliendo consapevolmente di non rivelare tutto ciò che apprende per proteggere la sua comunità e affermarne la sovranità informativa.

Il concetto di ethnographic refusal è più compiutamente sviluppato nella sua precedente opera Ethnographic Refusal: Indigeneity, ‘Voice’ and Colonial Citizenship (2007). Questo articolo è il testo in cui Simpson definisce esplicitamente la sua posizione metodologica e politica. Qui sostiene che l’antropologia tradizionale abbia spesso partecipato all’estrazione di conoscenza dalle comunità indigene, contribuendo alle strutture coloniali di potere. L’ethnographic refusal diventa quindi una pratica che riconosce la non obbligatorietà della trasparenza etnografica attraverso cui un ricercatore non è obbligato a rendere pubbliche tutte le informazioni che apprende durante la ricerca sul campo, né le comunità indigene sono obbligate a spiegare o condividere tutto di sé. Questa idea rompe con la tradizione antropologica secondo cui la ricerca deve essere esaustiva e trasparente. Simpson afferma invece che proteggere certi saperi è un atto politico e una forma di rispetto verso la sovranità delle comunità.

Le popolazioni indigene devono quindi possedere una sovranità informativa attraverso cui far valere il diritto di controllare ciò che viene detto, condiviso o reso pubblico su di loro. La sovranità informativa è la possibilità di stabilire quali informazioni possono circolare, chi può raccontarle e in quali contesti, evitando che la ricerca antropologica, e non solo, diventi una forma di esposizione forzata. Nella prospettiva di Audra Simpson, il concetto di ethnographic refusalserve inoltre a rovesciare il tradizionale rapporto di potere tra osservatore e osservati. La studiosa introduce così una trasformazione significativa nella metodologia etnografica tradizionale, ridefinendo i rapporti di produzione della conoscenza. Le sue riflessioni invitano l’antropologo a riflettere su chi detiene il potere della narrazione. In questo senso, il metodo incoraggia a privilegiare forme di osservazione partecipativa e dialogica, in cui il consenso e la decisione della comunità guidano la ricerca.

La studiosa introduce inoltre il concetto di limite produttivo, per cui non condividere certe conoscenze non viene visto come un fallimento della ricerca, ma come una strategia consapevole che protegge i saperi locali e mantiene l’integrità della relazione tra ricercatore e comunità. In tal modo, l’ethnographic refusal non solo ridefinisce le pratiche etnografiche, ma apre anche nuove possibilità di analisi che considerano la politica, il potere e la sovranità come dimensioni intrinseche del lavoro sul campo. Simpson ribadisce così la richiesta di voce indigena (2007) e si oppone quando essa viene costruita dallo Stato o dall’accademia in quanto rispecchia una forma di disciplina coloniale. In Theorizing Native Studies (Simpson & Smith 2014) i concetti di rifiuto e sovranità sono applicati a casi di confini, appartenenza e governance, mostrando come il refusal sia un paradigma analitico trasversale e non solo un metodo etnografico. Nello specifico Simpson e Smith analizzano i casi in cui lo Stato canadese richiedeva alle comunità indigene di registrare i propri membri secondo criteri burocratici standardizzati e come i Mohawk spesso rifiutavano di fornire informazioni complete o di conformarsi alle definizioni statali di identità.

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Nested Sovereignty

Il concetto di nested sovereignty è centrale nel lavoro di Audra Simpson per descrivere la condizione delle nazioni indigene la cui sovranità politica esiste all’interno dei confini di uno Stato coloniale più ampio. In Mohawk Interruptus: Political Life Across the Borders of Settler States (2014), Simpson mostra come i Mohawk di Kahnawà:ke esercitino forme di autorità e autogoverno quotidiano, pur essendo continuamente limitati dalle leggi e dalle definizioni dello Stato canadese. La sovranità indigena è quindi annidata. Essa è reale e concreta per la comunità, ma costantemente compressa e mediata dalle strutture statali che pretendono di definire chi può essere considerato cittadino o appartenente ad uno Stato. Questo concetto appare anche in saggi precedenti, come Ethnographic Refusal: Indigeneity, ‘Voice’ and Colonial Citizenship (2007), dove Simpson lega la sovranità annidata alla capacità delle comunità di resistere e rifiutare le categorie statali, esercitando un controllo attivo sulla propria identità e sulle informazioni che vengono rese pubbliche. Nested sovereignty diventa così uno strumento analitico fondamentale per comprendere come la politica indigena si sviluppi dentro e contro le logiche statali, mettendo in luce la complessità delle relazioni tra colonizzazione, diritto e autodeterminazione.

Dal punto di vista metodologico, il concetto di nested sovereignty offre all’etnografo una lente per comprendere e rispettare le dinamiche di potere interne ed esterne alle comunità indigene. Ciò implica, ad esempio, adottare strategie di osservazione che evidenzino come le popolazioni indigene negozino continuamente le proprie regole interne con le pressioni esterne, senza ridurre queste pratiche a mere reazioni allo Stato.

La voce coloniale dell’antropologia

Un concetto su cui Simpson si sofferma è quello di indigeneità. La studiosa scrive: 

«To speak of Indigeneity is to speak of colonialism and anthropology, as these are means through which Indigenous people have been known and sometimes are still known. In different moments, anthropology has imagined itself to be a voice, and in some disciplinary iterations, the voice of the colonised. This modern interlocutionary role was not self-ascribed by anthropologists, nor was it without a serious material and ideational context; it accorded with the imperatives of Empire and in this, specific technologies of rule that sought to obtain space and resources, to define and know the difference that it constructed in those spaces and to then govern those within. Knowing and representing the “voices” within those places required more than military might, it required the methods and modalities of knowing, in particular: categorisation, ethnological comparison, linguistic translation and ethnography» (Simpson 2007: 67). 
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Attraverso un’analisi approfondita delle argomentazioni di studiosi e attivisti indigeni dal XIX secolo a oggi, Simpson è giunta ad analizzare il processo in cui furti sistematici attraverso espropriazioni di aspetti culturali materiali e immateriali determinano la riproduzione del dominio. Tale argomento è stato oggetto di studio di altri studiosi, soprattutto di teorici critici come Robert Nichols (2020) che differisce però da Simpson suggerendo che l’indigeneità nasca dalla resistenza a forme di oppressione coloniale, senza problematizzarla come concetto prodotto invece al di fuori del pensiero critico indigeno. Afferma, al contrario, Simpson che le teorizzazioni sull’indigeneità siano state sviluppate nell’ambito coloniale per rispondere alle esigenze profonde di mantenere le disuguaglianze di potere e di accesso alle risorse attraverso lo sviluppo di strumenti euristici e documentari destinati ai lettori metropolitani e agli apparati amministrativi. Occorreva elaborare resoconti capaci di tradurre la differenza che il concetto di cultura veniva a rappresentare in territori percepiti come “altri”. Questi materiali risultavano indispensabili non solo per il governo coloniale, ma anche perché la società metropolitana potesse riconoscere sé stessa in relazione ai processi globali in corso.

Come l’etnia in altri contesti, anche la cultura divenne, e in parte rimane, una categoria essenzializzata che sostituiva relazioni corporee, materiali ed economiche complesse come la guerra, il commercio, gli scambi sessuali, le pratiche missionarie. In questo modo, la cultura condensava differenze ricondotte a identità etnicamente definite e territorializzate che dovevano essere comprese, ordinate, classificate, governate e infine possedute. Si trattava di una forma di politica che andava oltre la pura rappresentazione. Era un dispositivo di possesso governamentale e disciplinare di territori e corpi, entro il quale venivano assorbiti anche i sistemi locali di pensiero, storia e vita sociale che l’Impero pretendeva di interpretare e di esprimere a proprio nome.

All’interno di queste dinamiche, afferma Simpson che quando l’analisi antropologica smette di trattare la differenza come la principale unità interpretativa, diventa possibile osservare la cultura non più come un blocco omogeneo, ma come un insieme di narrazioni situate, prodotte nelle relazioni e nelle esperienze quotidiane. Questo spostamento implica un rapporto diverso con i territori e le persone coinvolte. La studiosa richiama qui implicitamente altri pensatori nativi nordamericani che sottolineano come la conoscenza indigena sia basata sul luogo attraverso un’interazione continua in cui la natura ha un ordine prestabilito e una sua direzione. Taiaiake Alfred esprime tale visione come segue: 

«The land was created by a power outside of human beings, and a just relationship to that power must respect the fact that human beings did not have a hand in making the earth, therefore they have no right to dispose of it as they see fit. Land is created by another power’s order, therefore possession by man is un-natural and unjust. The partnership principle, reflecting a spiritual connection with the land established by the Creator, gives human beings special responsibilities within the areas they occupy, linking them in a natural and sacred way to their territories» (Alfred, 2002: 470). 

Pure Glen Coulthard, sebbene attinga a concetti critici della filosofia occidentale, afferma di avere un certo impegno verso «a spirituality that exists outside of historical time» (Coulthard, 2014: 98). Questa conoscenza basata sul luogo è un aspetto cruciale anche per Simpson la cui prossimità è una condizione che mette in gioco la posizione stessa del ricercatore. L’autrice prende come riferimento il giurista Anishnaabe John Borrows che sostiene che i popoli nativi «regulate their behaviour and resolve their disputes by drawing guidance from what they see in the behaviour of the sun, moon, stars, winds, waves, birds, animals, and other natural phenomena» (Borrows, 2016: 94–95). Da questo presupposto, Simpson sostiene che i fenomeni naturali abbiano uno scopo, comprensibile in base alle forme di azione proprie di quegli specifici esseri ma a cui gli esseri umani devono allinearsi. Poiché l’azione è sempre relativa a particolari tipi di esseri, la studiosa, come altri pensatori nativi americani (es. Coulthard, 2014), ribadisce l’impossibilità di pensare all’azione in astratto. Riprendendo la studiosa Apache Jicarilla Viola Cordova e il pensatore Tewa Gregory Cajete, Simpson afferma che anche gli esseri umani, come le altre specie viventi, possiedano capacità specifiche, uniche per la loro specie. Tuttavia, uno dei potenziali della nostra specie è la capacità di cambiare il nostro comportamento. Pur essendo, tale capacità, presente anche in altri esseri, gli umani la possiedono in misura massima (Cordova 2007).

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La studiosa relaziona tali presupposti ad una metodologia indigena definita come una ricerca condotta da e per i popoli indigeni, la quale è in grado di riflettere conoscenze, culture, valori e credenze indigene. Simpson problematizza, all’interno di tale prospettiva, la questione di come la voce assuma una nuova centralità, poiché la capacità di parlare e di essere ascoltati è intrecciata alla sovranità dei soggetti coinvolti, una sovranità che si manifesta nel dialogo, nelle pratiche metodologiche e nelle forme in cui le loro parole vengono tradotte nel testo accademico. Nei contesti indigeni, che non possono essere considerati pienamente post-coloniali, questa sovranità emerge con particolare forza. Pertanto la sua posizione è quella di indurre le persone a rivendicare il diritto di rappresentare sé stesse, destabilizzando i modelli antropologici che per lungo tempo hanno inscritto le popolazioni indigene in immagini di continuità atemporale, di rigidità strutturale o di mera funzione sociale.

Per chi, come la studiosa, appartiene e lavora con comunità indigene profondamente critiche, autonome e politicamente vigili, i ritratti prodotti dalla tradizione antropologica risultano spesso difficili da riconoscere. Quando iniziò ad occuparsi di un tema centrale per i Mohawk di Kahnawake, ossia la questione di chi sono e di chi vogliono diventare, Simpson si è imbattuta nella produzione di storie e analisi sugli Irochesi fortemente ritualizzate e procedurali, al punto da privilegiare immagini di armonia e atemporalità anche in contesti segnati da opposizione e conflitto con lo Stato. Tale questione è stata problematizzata in antropologia. Johannes Fabian, per esempio, la chiama “negazione di coevità” (2000) e la spiega come la tendenza a posizionare gli interlocutori della ricerca antropologica in un tempo altro rispetto a quello presente a cui invece appartiene il ricercatore. Questo è un processo che rischia di essere ancora pervasivo e che contribuisce a costruire rappresentazioni illusorie di realtà culturali (Ligi 2016).

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Simpson sostiene che tale procedimento non costituisca semplicemente un problema di rappresentazione, né di una distorsione superficiale. Le persone Mohawk con cui lei lavora attribuiscono grande valore alla cerimonia e alla tradizione, ma legano questi aspetti a questioni di nazione, cittadinanza, diritti, giustizia, modi appropriati di vivere nel mondo, relazioni reciproche, riconoscimento politico e rivitalizzazione della lingua Mohawk. Le loro preoccupazioni e discussioni raramente coincidono con i temi che hanno dominato la letteratura antropologica su di loro. Inoltre, esprimendo critiche articolate al potere statale, all’egemonia, alla storia e persino a loro stessi come collettività, le loro posizioni sono difficilmente conciliabili con i modelli descrittivi che la disciplina antropologica ha spesso utilizzato per definirli.

Secondo Audra Simpson, l’antropologia contemporanea si sta lentamente aprendo alla possibilità di rendere conto dell’espansione coloniale, soprattutto nei contesti dei cosiddetti settler societies, cioè società costruite sull’insediamento coloniale in territori originariamente indigeni. Questa apertura è il risultato di correnti politiche, critiche teoriche e riflessioni etiche che, dentro e fuori la disciplina, hanno riconosciuto il suo coinvolgimento storico nei progetti coloniali e hanno ampliato i modi considerati legittimi per l’analisi etnografica. Tuttavia, osserva Simpson, lo studio dell’indigenità continua spesso a essere confinato a un approccio meramente documentario che costituisce eredità di categorie nate nei primi momenti di contatto coloniale e ancora oggi persistenti. È in quegli incontri che individui e collettività furono distolti dai propri modi di autodefinizione e incasellati nella categoria di “Indigenous” che non articolava né l’esperienza condivisa dell’espropriazione territoriale né le modalità uniformi con cui sarebbero stati interpretati. Questa condizione comune non può essere letta come una semplice differenza di accesso al potere o come divergenza di traduzioni culturali, poiché non esiste un terreno interpretativo neutro né un vocabolario condiviso che permetta un confronto equo. Ogni narrazione del passato e del tempo presente porta con sé una violenza di forma, oltre che di contenuto. E così come il diritto e le sue istituzioni hanno storicamente sottratto territori e potere ai popoli indigeni, anche l’antropologia, intesa qui come forma disciplinare consolidata, rappresenta uno spazio di sapere con cui questi popoli devono confrontarsi e che continua ad avere implicazioni rilevanti sulle loro vite nel presente. 

Conclusioni 

Le riflessioni sviluppate da Audra Simpson e discusse in questo articolo mostrano come l’antropologia sia stata storicamente modellata dalla necessità di descrivere e classificare la differenza incontrata nei territori coloniali. Questa pratica ha prodotto categorie analitiche che hanno contribuito a possedere spazi, a delimitare identità e a ridurre le esperienze indigene a forme statiche e normative. Le conseguenze, epistemiche, politiche e materiali, di tali processi continuano a pesare sulle possibilità dei popoli indigeni di raccontare le proprie storie, di affermare la propria sovranità e di reclamare i propri spazi, sia fisici sia intellettuali. Il lavoro degli studiosi indigeni si confronta inevitabilmente con questo lascito. Essi operano attraverso strumenti teorici ereditati dall’espansione coloniale ma a partire da posizioni storiche e politiche radicalmente diverse, forgiate da secoli di resistenza, diplomazia, alleanze e opposizione ai progetti espansionistici. È da queste prospettive situate che emergono forme di analisi capaci di rivelare i limiti dell’antropologia stessa, limiti che non rappresentano ostacoli alla conoscenza, ma possibilità di pensare altrimenti. Il rifiuto di contribuire a narrazioni che non sostengono la sovranità indigena, o che reiterano rappresentazioni atrofizzate, diventa così un gesto epistemico e politico.

Le persone coinvolte nella ricerca, sostiene la studiosa, possiedono una profonda consapevolezza delle molteplici forme di riconoscimento in gioco nei contesti coloniali contemporanei, non solo nelle arene giuridiche ma anche in quelle esperienziali, emotive e radicate nella storia locale. I loro rifiuti, che emergono nel dialogo, nei silenzi, nella scelta di non registrare, nella protezione delle proprie parole, generano un terreno teorico nuovo obbligando gli antropologi a interrogarsi su come l’etnografia possa farsi responsabile dei contesti politici che attraversa.

In definitiva, per la studiosa, queste forme di rifiuto non segnano una chiusura, ma un’apertura. Ci indicano quando è necessario fermarsi, ascoltare e lasciar emergere ciò che non può essere tradotto nelle categorie disciplinari consuete. Accogliere questi limiti significa ripensare l’antropologia non come una pratica che descrive l’altro, ma come un campo che può farsi trasformare dai mondi che incontra e dalle sovranità che vi prendono parola. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 

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