La terra crolla sotto i nostri piedi

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Terremoto del 24 agosto 2016. Amatrice, Arquata, Pescara del Tronto. Ore 3.36: la scossa più forte è di magnitudo 6 con epicentro a soli 4 chilometri di profondità. L’ennesimo disastro.

Gli eventi catastrofici hanno sempre caratterizzato la vita sulla terra ed è sempre stato per l’uomo un momento di estrema crisi, di incertezza, un crollo del quotidiano, un drammatico trauma che investe i singoli nella loro intimità, ma che coinvolge anche la società nella sua interezza. Esso necessità di una comprensione ed una risposta che sia logica e razionale – non secondo un valore etnocentricamente ritenuto universale – ma seguendo invece criteri culturali, elaborati localmente, entro un determinato contesto storico-sociale.

La nozione più comune di disastro è quella che emerge dalla produzione giornalistica, che riprende le nozioni tecnocentriche di disastro elaborate dalla scienze fisiche, geologiche ed ingegneristiche, in base alle quali si identifica il disastro verificandone le caratteristiche fisiche ed analizzandone gli effetti in termini di danni alle cose e alle persone. I requisiti della calamità vengono ricercati nell’eccezionalità dell’evento in termini di violenza e gravità, di estensione e complessità dei danni. Una catastrofe è sempre grave, improvvisa ed imprevista e la sua gravità è misurata con parametri quantitativi (G. Ligi, 2009).

L’annosa questione riguardo l’analisi delle condizioni pre-impatto è posta quasi esclusivamente in termini di miglioramento dei modelli esplicativi geofisici e degli strumenti di rilevamento. Pur riconoscendone l’utilità, questo approccio presenta dei limiti concettuali profondi, risultando insufficiente per comprendere, prevedere ed evitare un disastro (Alexander, 2000). Pur verificandosi con la stessa intensità e presentandosi con simili variabili fisiche in diversi sistemi sociali, i danni che produrrà l’impatto di un evento catastrofico su una comunità non risulteranno mai essere uguali. Essi sono spesso difficilmente paragonabili in quanto non dipendono esclusivamente dalla fisica dell’evento e dagli agenti dell’impatto, ma derivano soprattutto dalle relazioni sociali che si attivano durante e dopo la crisi, in funzione del tipo specifico di cultura posseduto da ciascun sistema nei confronti dell’evento.

Nelle definizioni tecno-centriche proposte da geologi, fisici, climatologi e ingegneri sono gli aspetti fisici a prevalere: il disastro è visto come la logica conseguenza di un agente di tipo fisico, valutato e misurato in base ai suoi effetti fisici su persone e cose. Le applicazioni tecniche e ingegneristiche non prendono in considerazione l’analisi del pre-impatto nel suo contesto, se non per migliorare i sistemi tecnici di rilevamento. L’analisi del post-impatto, poi, si basa principalmente sulla misurazione della gravità dell’evento secondo parametri prettamente fisici. Il limite di queste definizioni sta proprio nell’incapacità di prevedere ed evitare una catastrofe: qualsiasi perfezionamento degli strumenti tecnici di rilevazione, infatti, risulta insufficiente a migliorare la situazione critica e, soprattutto, non riesce a spiegare come mai eventi naturali di eguale impatto producano effetti diversi in differenti contesti (Ligi, 2009).

In antropologia la calamità viene pensata come una situazione estremamente critica che si produce nel momento in cui un agente potenzialmente distruttivo impatta con una determinata popolazione, la quale viene colta in condizioni di vulnerabilità fisicamente e socialmente prodotta” (Ibidem). Ai danni fisici a persone o cose si aggiungono danni ben più gravi e profondi come il crollo improvviso del contesto quotidiano ed il conseguente frantumarsi dell’ordine stesso con cui una cultura dà senso al mondo e ai rapporti sociali. Il contesto socio-culturale è un fattore determinante, sia nella costruzione della comprensione di un cataclisma che nell’analisi del suo impatto, il quale è un processo/evento che interessa la combinazione di agenti potenzialmente distruttivi, derivanti dal rapporto tra un ambiente tecnico o naturale e una comunità umana che si trova in una condizione di vulnerabilità. Si verifica una separazione tra l’agente distruttivo e il disastro: il fenomeno fisico da un lato e quello socio-culturale dall’altro. L’evento catastrofico rappresenta la crisi delle istituzioni sociali, dei ruoli e delle leggi che regolano il vivere quotidiano. Le testimonianze dei sopravvissuti stravolti mostrano lo shock antropologico: «Subito dopo la prima scossa siamo scesi in strada e ci riamo radunati tutti in un prato con le coperte. La cosa che più mi ha colpito è che non si vedevano più le luci di Accumoli ma soltanto una colonna di fumo per la polvere e i detriti».

Il terremoto si configura, per queste comunità, come una situazione di stress estremo, come un’esperienza emotivamente intensa che interrompe la normalità della vita quotidiana ed il senso di continuità della propria esistenza. Racconta un fotografo di LaPresse: «E’ stato un incubo. Ci siamo svegliati alle 3.35 con i mobili che crollavano e i muri che si muovevano di un metro. Siamo riusciti a uscire dalle case in fretta e furia, alcuni sono ancora in mutande qui in strada. Abbiamo acceso un fuoco in piazza e siamo andati a tirare fuori gli anziani dalle abitazioni». Un’altra donna intervistata racconta: «Si sentivano voci da sotto le macerie che gridavano ‘Aiutateci, aiutateci’. Mio padre e mia madre sono feriti, ma vivi. Ero a Pagliare e dopo la scossa mi sono precipitata a Pescara del Tronto dove vivono i miei. Alcuni amici ci hanno aiutato ad estrarli, mia madre ha un braccio rotto e una lesione alla testa per fortuna non grave. A Pescara del Tronto è un macello. Sono morte almeno tre persone, un bambino l’ho visto passare davanti a me portato a braccia dallo zio che chiedeva disperatamente aiuto. Tantissimi i crolli».

Sia nella fase immediatamente successiva al verificarsi del cataclisma, sia in quella di un eventuale esodo o allontanamento, sia nel momento più distante e lungo della ricostruzione e del ripristino della vita normale, coloro che ne vengono colpiti rispondono alle nuove condizioni ambientali indotte direttamente e indirettamente dal disastro. Una volta mutati e trasformati i modelli di comportamento, s’impone la necessità di ricostruire e rigenerare risposte individuali e collettive alla catastrofe, di produrre nuovi quadri di riferimento all’interno dei quali gli individui percepiscano e giudichino le proprie esperienze, procedendo alla ricomposizione della propria esistenza, alla riorganizzazione della propria vita e dei propri rapporti con gli altri e con l’ambiente (Ibidem).

Le risposte culturali elaborate localmente, attraverso il potere costruttivo della cultura, risultano essenziali per la sopravvivenza, soprattutto in situazioni di estrema crisi come quelle conseguenti ad una catastrofe. Si creano nuovi rapporti e relazioni, nascono comitati, si formano gruppi, vengono fondate associazioni, all’interno delle quali gli individui si ricreano come comunità, caricandosi di una nuova e più potente forza identitaria e nutrendo la loro capacità di autodeterminazione e reciproco aiuto.

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